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			<title>LA STORIA DI ANNA: UN MESSAGGIO DI INCORAGGIAMENTO E DI SPERANZA</title>
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			<description><![CDATA[<strong>LA STORIA DI ANNA: UN MESSAGGIO DI INCORAGGIAMENTO E DI SPERANZA</strong><br />A cura di Valeria Rossi Psicologa Psicoterapeuta e Erica Baroncelli Dietista
Leggendo la storia di Anna è possibile percepire la sua sofferenza mentre si trova a vivere una quotidianità scandita da una sequenza ciclica: restrizioni alimentari e privazioni, perdita di controllo, abbuffate sensi di colpa e nuove diete.
Anna ha affrontato un Disturbo Alimentare, avvalendosi della terapia cognitivo comportamentale e di un percorso di riabilitazione nutrizionale.
La sua storia vuole essere un messaggio di incoraggiamento e speranza per chi sta affrontando questo disturbo.
 
La mia storia è iniziata circa sette anni fa.
Il periodo delle medie è stato incasinato per me, tutte quelle emozioni nuove e un corpo che si arrotondava troppo velocemente secondo il mio punto di vista, da qui l’dea di stare più attenta all’alimentazione. Limitavo ciò che mangiavo ma poi mi ritrovavo a fare delle merende di nascosto nella mia stanza, provavo vergogna a mangiare davanti agli altri, temevo di essere giudicata male, quindi iniziai a portarmi il cibo in camera. Inizialmente riuscivo a gestirmelo, lo dividevo e lo distribuivo per più giorni, ma la cosa degenerò velocemente perché già all’inizio delle superiori cominciai iniziai ad alternare momenti in cui mi percepivo brava ed in controllo perchè riuscivo a seguire la mia dieta ed altri in cui mi sentivo fuori controllo poiché ingurgitavo tutto il cibo che mi nascondevo in camera. Durante quel periodo i miei mi portarono da una nutrizionista, le mie intenzioni erano le più sane di tutte: “inizierò finalmente a mangiare bene per perdere il peso in eccesso, mi piacerò di più”. Questa nutrizionista mi disse che la mia era “fame nervosa” e mi diede dei consigli per ingannare gli attacchi di fame. Devo dire che riuscii a rimettermi in linea e mi sentivo soddisfatta . Arriviamo al periodo del lockdown per la pandemia di Covid; Il tempo passato in casa era molto, tanto quanto quello passato davanti al cellulare sui social. Iniziai a notare di più le caratteristiche fisiche di chi mi trovassi davanti, iniziarono i primi paragoni e di nuovo riaffiorava la solita vergogna, decisi di riniziare la dieta ma questa volta più strong: avevo deciso io quanto e cosa mangiare! Il primo periodo mi sembrava tutto in discesa, non mi ero mai sentita
meglio, mangiavo poco e “sano” e abbinavo lo sport; il mio corpo mutava velocemente quanto il mio cervello. Dopo mesi di restrizioni iniziai a sviluppare una paura verso tutto il cibo che non preparavo io: i pasti dovevano essere esclusivamente preparati da me, l’acqua doveva essere riempita da me e così via per tutto; nulla attorno a me poteva ispirarmi sicurezza. Il mio corpo forse non reggeva più ed iniziarono a comparire quelle che ho capito essere delle vere e proprie abbuffate seguite poi da vergogna, disgusto e senso di colpa. Mi sono ritrovata dentro un vortice fatto di restrizioni e privazioni alimentari, perdite di controllo, abbuffate, sensi di colpa e di nuovo dieta . In casa la mia situazione iniziò a dare nell’occhio sia per via del mio comportamento, che era diventato irascibile e scontroso, sia per via della mia alimentazione; nonostante questo, io continuavo a negare, non volevo dire ad alta voce quanto soffrissi dentro, mi vergognavo davanti ai miei familiari. Dopo aver chiuso amicizie importanti a causa della situazione in cui mi trovavo, che stava diventando molto più grande di me, e della conseguente asocialità che provavo, mi convinsi a chiedere aiuto. Avevo un disturbo alimentare. Inizia così il mio percorso di psicoterapia e di riabilitazione nutrizionale con la dietista; non mi fidai subito, non mi percepivo “abbastanza malata” e questo provocava in me una chiusura . Col tempo ho preso consapevolezza della mia condizione e con calma sono riuscita a fidarmi, piano piano abbiamo trovato strategie e strumenti adatti per rompere il circolo restrizioni/abbuffate e anche a dare meno importanza al peso e alle forme del corpo. Dopo due anni, posso dire che uscirne è una d cosa complicata da fare, ma con dedizione e con il giusto percorso tutto questo può essere affrontato; è vero, se lo dicessi alla me di quattro anni fa probabilmente mi riderebbe in faccia, ma da ragazza che dopo molti scivoloni ha capito come affrontare e gestire queste situazioni, posso dire che è possibile, nessuno è solo e tutto ciò che provocherà ricadute nel tempo ci farà capire quanto siamo forti, mentre ogni respiro ci farà rendere conto che la cosa più bella che ci sia accaduta è che siamo vivi e finalmente liberi dalle ossessioni sul cibo.]]></description>
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			<title>La storia di Elena: la vita è una!</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La storia di Elena: la vita è una!</strong><br />Ciao, 
Se stai leggendo questa storia significa che sei una combattente alla ricerca della luce, della tua luce, proprio come sono stata io.
Essendo arruolate nello stesso esercito, mi presento: sono Elena, ho 23 anni e ti scrivo in quanto sono giunta al termine, se così si può definire, del percorso psiconutrizionale dato dal mio DCA, dal mio mostro che mi ha assillato per ben 2 anni e mezzo.
La mia storia è iniziata nel Settembre 2019, quando dopo un anno di studio disperato e frequentazione della facoltà di Biologia, ho appreso la notizia che non avevo superato il test di medicina, obiettivo tanto temuto quanto desiderato: quello era il mio sogno in cui avevo creduto per anni, ed essendo sempre stata una studiosa volenterosa e con buoni risultati, non me lo aspettavo assolutamente.
Dunque, da questo muro, senza via di uscita, decisi di cambiare totalmente strada, iscrivendomi al corso di laurea di Infermieristica, ma questo mi mandava in tilt in quanto le lezioni iniziavano proprio al termine di quelle di medicina, quindi vedevo anche quelli che avevano frequentato Biologia insieme a me l’anno precedente ed erano riusciti nel loro obiettivo: per era un’ingiustizia inaccettabile.
Così decisi che volevo chiudere con le facoltà scientifiche di indirizzo sanitario, provando dopo giorni di pianti, urla e tanto dolore, a frequentare le lezioni di Giurisprudenza, ma proprio non mi piacevano, non riuscivo a fare l’avvocato, nonostante avessi sempre sognato di fare un lavoro che mi permettesse una vita agiata in quotidiano giacca e cravatta.
Da questa situazione di panico, tornai ad Infermieristica cercando di studiare e accontentarmi di quello che facevo, nonostante mi sminuissi ogni giorno e pensassi alla professione di medico chirurgo quale avevo sempre sognato.
Ma ora ti chiederai, cosa c’entra tutto questo con il DCA? Beh, quando iniziai il tirocinio, in post-pandemia, soffrivo a vedere ed interagire coi medici, perché non era giusto che non avessi un fidanzato, non mi piacessi fisicamente e non facessi neppure la scuola dei miei sogni.
Così l’unica cosa che potevo controllare in quel momento era la quantità di cibo da ingerire in modo tale da modificare le forme del mio corpo: da qui iniziai a saltare i pasti e cercando di non sentire la fame, nonostante i segnali di fame con conseguenti cefalee, apatia, amenorrea e svuotamento delle forme corporee: ero incentivata a continuare in questo nuovo “stile di vita” in quanto perdevo peso, e pertanto dimagrendo mi apprezzavo di più, facendomi a mia volta apprezzare nelle nuove conoscenze maschili, ostentavo di più!
Ma, mia mamma si accorse che qualcosa non andava così mi portò da un nutrizionista e contemporaneamente da uno psicologo, tuttavia, erano le persone sbagliate, perché io cercavo di ridurre al minimo gli introiti alimentari incentivata dallo stazionamento del peso, talvolta ridotto, ad ogni pesata mensile in occasione della visita di controllo ed aumentavo sempre di più i giorni e le ore in palestra, trascurando anche la vita universitaria fino a non dare più esami per mesi, continuando a rimandare e sminuendone l’importanza in confronto all’obiettivo del peso corporeo.
Per incentivare ancora di più la perdita di peso, iniziai a sentirmi gonfia ad ogni assunzione zuccherina, fino a privarmene totalmente senza commenti in pubblico perché tutti sapevano che se avessi mangiato un dolce mi sarei sentita male a livello digestivo e così potevo controllare e calcolare tramite app tutto quello che mangiavo, eliminando zuccheri e grassi, con conseguente prolungamento del periodo di amenorrea.
Ma una volta che mia mamma si rese conto che le mie condizioni psicofisiche stavano peggiorando, decise di mandarmi in un centro per disturbi alimentari.
Questi soggetti non presero il mio caso seriamente e così io non avevo alcuna fiducia nel loro operato e cercavo di continuare il mio nuovo “stile di vita” con soddisfazione ed obiettivi sempre maggiori sino al momento in cui venni ricoverata in ospedale per gonfiore addominale dato da stipsi e bradicardia (30bpmmin).
A questo punto, il mio medico di base (che ringrazierò per tutta la vita) mi disse che non potevo continuare così e che avrei dovuto iniziare un percorso psichiatrico così da risolvere questa situazione e sconfiggere quel nemico che aveva insediato il mio cervello.
All’inizio mi arrabbiai e dissi che non ero pazza e che non avevo bisogna di una tale figura medica, ma poi persuasa da mia mamma e da mia sorella decisi di andare in visita.
Mi fu diagnostica la patologia di anoressia nervosa, senza manifestazione di sottopeso ma con una massa grassa al limite minimo possibile!
Da qui, iniziai il percorso psicologico con Elisa e nutrizionale con Erica, nell’Agosto 2021, con tantissimi alti e bassi, con la mia voglia di mollare e con la mia ostilità guidata dal nemico, che mi diceva che non stavo facendo la cosa giusta, ma anzi che mi stavo rovinando in quanto sarei tornata ad essere la brutta grassona di prima.
Questo mi portò ad innumerevoli abbuffate dato dalla diminuzione al minimo dell’introito calorico accompagnato all’aumento del senso di fame, fino ad oggi, esattamente un anno dopo, in cui mi sento bene, mi sono laureata con 110L in infermieristica, lavoro che mi piace e che ad oggi sento come la MIA professione e sicura di me, in un corpo che mi consente di stare bene e di condurre la mia vera vita, in società con i miei amici, in palestra nella giusta quantità e qualità e soprattutto in pace con me stessa, senza vergognarmi di un biscotto in più rispetto agli altri!
Grazie all’equipe di dottori che mi ha seguito sono diventata la ragazza sicura e soddisfatta che sono oggi, nonostante, abbia avuto una patologia che lascia una cicatrice visibile per tutta la vita e che in certi momenti vorrebbe riprendere il sopravvento, ma che anche in quei momenti dobbiamo tenere duro, ragionare che non ne vale la pena e che la pizza speck e mascarpone è buona e non deve essere un premio ma solo nutrimento come qualsiasi altra sostanza alimentare.
La vita è una, vivila secondo la vera persona che sei e non secondo i mostri che assediano la tua mente, perché siamo noi a comandare e siamo noi che li possiamo sconfiggere soltanto credendoci!]]></description>
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			<title>LA STORIA DI SIMONE, TRA BULLISMO, DIETE E DISORDINI ALIMENTARI.</title>
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			<description><![CDATA[<strong>LA STORIA DI SIMONE, TRA BULLISMO, DIETE E DISORDINI ALIMENTARI.</strong><br />Simone è un giovane adulto che da bambino è stato vittima di bullismo per il suo fisiologico corpo rotondo; i compagni di scuola lo hanno spesso preso in giro fino all’età della prima adolescenza finché la mamma decise di portarlo a fare la prima dieta pensando di risolvere la situazione, “se avessi perso peso il bullismo sarebbe sparito” mi dice durante la visita. Simone acconsente alla decisione della mamma ma non con poche difficoltà; Simone mi riferisce che non riusciva a seguire il piano alimentare, tutto era pesato al grammo, ogni settimana mangiava sempre le stesse cose, la mamma non comprava più i suoi biscotti preferiti “diceva che erano schifezze” ma lo costringeva a fare colazione con le fette biscottate “...perchè sono nella dieta”, la pizza poteva mangiarla solo il sabato sera, non andava più a mangiare dal suo amico del cuore perché altrimenti avrebbe sgarrato...piano piano Simone iniziò a comprare i suoi alimenti preferiti che mangiava di nascosto quando usciva con gli amici o prima di andare a letto quando tutti dormivano. Il peso non scendeva, anzi aumentava, così dopo qualche anno decise di riprovare a fare un’altra dieta anch’essa ricca di regole non sostenibili per molto tempo. Le scorpacciate di cibo preferito divennero ormai abbuffate oggettive incontrollabili. Sentiva di non avere il controllo sul cibo, si sentiva in colpa perché non riusciva a seguire la dieta, presto mollò anche questa. Simone viene da me con l’intenzione di riprovarci per la terza volta; dopo un’accurata anamnesi, una lunga riflessione sulla sua storia di diete e sul rapporto con il cibo Simone si accorge che il problema non è lui ma una serie di fattori hanno concorso allo sviluppo di un disordine alimentare, capisce che rifare una dieta sarebbe solo fallimentare e non sarebbe la soluzione giusta per fare pace con il cibo. Simone sta facendo un percorso di alimentazione intuitiva da qualche settimana, le abbuffate oggettive sono sparite. ]]></description>
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			<title>La storia di Ludovica: imparare ad essere se stesse e non il disturbo alimentare</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La storia di Ludovica: imparare ad essere se stesse e non il disturbo alimentare</strong><br />Circa undici anni fa, un&#039;ospite si è inserita nella mia testa. Si presentava come la soluzione dei problemi, il rifugio sicuro, il conforto nel dolore. Sembrava così perfetta, che ogni cosa mi avvicinava a quell&#039;idea di perfezione.
Ero alle medie, quel periodo di transizione in cui cominci a capire che la vita ha un significato, è fatta di problemi, è fatta di ostacoli, è fatta per diventare più forti. I problemi in quei giorni erano la perdita del lavoro di mia mamma, i soldi che quindi erano precisi, i nervosismi familiari, i conflitti tra genitori. Io mi sentivo responsabile, credevo di essere io ad avere un costo che non poteva essere mantenuto, oppure di essere io a trasmettere malessere e tristezza, e ancor peggio rabbia. Il senso di colpa mi divorava, letteralmente, perché mi faceva sentire lo stomaco pieno, ma senza aver mangiato.
Ero inappetente, ed in più mi impegnavo a non mangiare, perché, in modo assurdo, malsano, mi stavo convincendo che la soluzione a questi problemi, fosse la mia scomparsa. Vedevo il privarmi del cibo come la via di fuga. Mi stava consumando una malattia che ho trascurato per molti anni.
Volevo scomparire, la mia mente era occupata da questo pensiero, non riuscivo a pensare ad altro. Ho vissuto anni di depressione in cui ogni giorno piangevo chiudendomi in bagno, chiudendomi in un armadio per scappare dalla realtà, ma più facevo così, più ne sentivo il bisogno, perché non avevo strumenti per capire che in realtà la mia sofferenza doveva essere curata. Mi ero convinta di essere IL problema, di meritare i digiuni, di meritare di stare male.
Sono stati anni tristi, cupi, neri… il ruolo della mia famiglia non è stato superficiale, nemmeno loro potevano comprendere, e soldi per specialisti non potevano essere spesi. A modo loro mi hanno aiutata, ma nessuno di noi aveva gli strumenti per curarmi.
Inoltre mascheravo bene i comportamenti, era facile dire di aver già mangiato, perché a casa rientravano tutti dopo di me, oppure dire che non mi andava, non appariva problematico, perché “ha sempre mangiato poco”, già perché forse da sempre quest&#039;ospite viveva con me e nessuno, neppure io, ne ero a conoscenza.
Se un giorno capitava di mangiare qualcosa di più, soprattutto dolci, che mi chiamavano come una tremenda tentazione, cercavo di camminare a lungo, o di fare le scale per molte volte; mi punivo.
Fa male ripercorrere questi pensieri, il dolore che provavo lo sento ancora, è una ferita profonda.
Poi arrivano gli anni delle superiori, una classe un po&#039; distaccata, dove si formano gruppetti, e io non mi sentivo appartenente a nessuno, ero isolata. In più non facevo niente per integrarmi, declinavo inviti trovando scuse, “non posso”, ma in realtà non volevo trovarmi di fronte al pericolo cibo. Non sapevo come comportarmi.
Alla fine della seconda superiore mi sono innamorata, del ragazzo di cui oggi sono ancor più innamorata, perché ho imparato col tempo che amando me stessa, riesco ad amare di più e meglio.
L&#039;amore mi ha salvata, i primi periodi mangiavo tranquillamente, stavo bene, poi però ricominciavano i digiuni, le privazioni e le lunghe passeggiate. In casa i problemi non mancano mai e ogni volta pensavo di risolverli con l&#039;aiuto dell&#039;ospite.
E più mi privavo, più mi sentivo forte.
Il mio fidanzato ha lottato molto per me, neppure lui sapeva cosa fare, ma a differenza mia e della mia famiglia, lui aveva capito che dentro di me c&#039;ero io in una sorta di letargo, e vigile viveva al posto mio l&#039;ospite perfezione. Lui l&#039;aveva capito e sopportava gli umori, i rifiuti, i sabati sera chiusi in casa. Non mi ha mai abbandonato.
Però l&#039;amore non basta, perché le malattie si curano conoscendo i sintomi, e infatti in quinta superiore, l&#039;ansia per i voti alti, l&#039;ansia per la maturità, mi hanno portato ad un crollo fisico. Per più di metà anno ho avuto deperimenti fisici, finché un giorno a scuola ho avuto un mancamento. Quello è stato il mio fondo, perché ognuno ha il proprio, e sta a noi capire che da lì bisogna rialzarci. Tutti si sono spaventati, le professoresse si preoccupavano che mangiassi, a casa mia sorella decise di portarmi da una nutrizionista per aiutarmi a recuperare il peso. La maturità l&#039;ho affrontata, ho recuperato il peso, ma non ero ancora guarita.
 
Dopo il liceo, l&#039;università, un percorso faticoso per me, da pendolare, più di un&#039;ora e mezzo di distanza da casa. Lo studio, gli esami, i problemi a casa. Triennale impegnativa, faticosa, non sana.
Mi sono laureata un anno dopo, ma questo anno mi è servito per guarire.
L&#039;ultimo anno in estate non stavo affatto bene, nonostante non lo percepissi, ho fatto male due esami di fila. Capivo che c&#039;era un problema.
Il mio fidanzato ha deciso per me:”prova a segnarti in palestra con me”, ed è stato l&#039;aiuto più efficace di tutti.
C&#039;è da dire che in questi anni io mi sono appassionata alla cucina, al mondo dell&#039;alimentazione, e ho studiato, cucinato, imparato molte cose, ma ovviamente utilizzavo tutto ciò che era comodo all&#039;ospite perfezione, piuttosto che alla mia salute.
In palestra ho iniziato ad avere fame per la prima volta in vita mia. Il senso di fame non l&#039;avevo mai provato così, perché prima era diverso, dovevo controllare tutto, adesso sentivo il bisogno di cibo.
Solo che ancora una volta usavo le nozioni in modo strategico e non sano, anche se mi nascondevo dietro questo termine.
Perciò ho parlato col mio medico per chiedere più informazioni sull&#039;integrazione alimentare, e mi ha suggerito:”C&#039;è una mia amica, Erica Baroncelli, è una dietista specializzata in disturbi del comportamento alimentare”.
Ma io non pensavo di averne.
Infatti dopo aver fissato il primo incontro, mi aspettavo misure di peso, massa, dieta, calorie.
Niente di tutto questo. Ho scoperto piuttosto di aver trascurato per molti anni un disturbo, una malattia che andava curata diversamente.
Erica è stata tempestiva nel capirlo e mi ha di volta in volta fornito strumenti per capirmi e per guarire. Pensavo di controllare la mia vita, ma l&#039;ospite non se ne era mai andato, era lì a fare le veci per me.
Dopo circa 6/7 mesi ho iniziato a capire perché non mi prescrivesse una dieta, ho iniziato a capire meglio che ciò che conoscevo non lo utilizzavo per me, ma per “lei”.
Durante le visite ho imparato:
 - a riconoscere i sintomi
 - a non sottovalutare i miei comportamenti
 - a non nascondermi dietro termini come “sano” “fit” “free” “vegan”
 - a parlare
 - ad esprimermi
- a FARE, perché le poche energie che avevo non mi permettevano di fare niente, ma riacquistandole ho coltivato un orto, passioni nuove
 - ad usare strumenti come specchio e bilancia per amarmi, perché prima li evitavo, non volevo essere vista, figuriamoci guardarmi
 - ad avere più fiducia in me
 - che non ci sono regole alimentari ferree da seguire
 - che la vera libertà è diversa da quella che mi ero costruita
 - a guardarmi, dirmi che sono bella
 - a farmi guardare
 - a ballare in pubblico, a stare con gli amici senza ansia da “cena fuori”…
Ho imparato molte cose, soprattutto a non confondere me stessa con i sintomi del disturbo, io sono IO, l&#039;ospite non è più gradito, il termine perfezione non c&#039;è nel mio vocabolario, e sì i problemi piovono sulle nostre case, ma autopunendomi non li risolvo, affrontandoli e chiedendo aiuto sì!
Non si può riassumere tutto, ma questi sono i punti che mentre scrivo emergono.
La mia storia è diversa da un&#039;altra, e non c&#039;è giusto o sbagliato, non c&#039;è competizione, c&#039;è una malattia che va curata, e per curarla bisogna conoscerla.
 ]]></description>
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			<title>LA STORIA DI ZOE. Scoprire che il valore di se stessi non dipende dal peso.</title>
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			<description><![CDATA[<strong>LA STORIA DI ZOE. Scoprire che il valore di se stessi non dipende dal peso.</strong><br />Il mio incubo, perché così lo definirei, è iniziato a 18 anni.
 Dopo aver lasciato l’attività agonistica infatti il mio corpo è cambiato notevolmente e sono aumentata di peso.
 Insieme ai miei genitori, sono andata da svariati nutrizionisti, ho provato diete di tutti i tipi ma non ero mai soddisfatta. 
Ogni volta ascoltavo le indicazioni sul piano alimentare ed apparentemente era tutto così chiaro e semplice da seguire....
 Ero militaresca e riuscivo a stare a stecchetto per mesi rinunciando a feste, compleanni e inviti a cena. 
Grazie a questa follia riuscivo effettivamente a perdere peso che però, per me, non era mai abbastanza. 
Stavo impazzendo, stavo perdendo amicizie e occasioni, perché di questo si trattava: la mia vita era completamente controllata dal cibo. Prima di scegliere qualsiasi cosa valutavo i rischi dell’andare a cena fuori, le calorie ed i chili che avrei potuto mettere. Per esempio evitavo di uscire se il giorno seguente mi sarei dovuta pesare. La routine prima della pesata era la seguente: cena quasi inesistente, a letto presto e la mattina dopo allenamento ancora più intenso e, soprattutto, tanta ansia!
 Tanto lo sapevo già, o erano lacrime amare oppure, se il peso mi soddisfaceva, ripartivo con il solito mantra dentro la mia testa: “Zoe mangia ancora meno la prossima settimana così andiamo al massimo!”.
In questo modo andavo avanti per giorni, per mesi, ed i periodi di “regime” erano alternati da periodi in cui mangiavo in eccesso, mi abbuffavo e mi sentivo tremendamente in colpa e disgustata da me stessa.
Per qualche anno ho raggiunto un equilibrio che in realtà era solo apparente perché i pensieri sul cibo e sul corpo erano costanti: mi allenavo 7 giorni su 7 perché sentivo di essere costretta a farlo e mi stremavo, la mia dieta consisteva nel saltare i pasti o mangiare pochissimo quando ero sola (mi fortificava sentire i morsi della fame, lo associavo al dimagrimento) mentre  a cena fuori ed in occasioni speciali mangiavo come gli altri, a volte anche di più. Tutti mi vedevano molto attiva, in forma e ricevevo complimenti  ma il prezzo che pagavo era alto.
Questo “equilibrio” precario si è interrotto improvvisamente quando ho perso il lavoro, è stato un periodo difficile ed ho avvertito che stavo cadendo a picco, mi sembrava di non essere più nessuno e di non avere più un posto nel mondo. Ho iniziato ad avere delle abbuffate più frequenti, i chili aumentavano mentre la mia autostima diminuiva ed ero sempre più demoralizzata. Lo stare così male mi ha dato la forza ed il coraggio di chiedere aiuto, ho letto da qualche parte che una freccia può muoversi in avanti solo se tirata indietro, e così è stato.
Ho iniziato la psicoterapia nell’ottobre del 2017 e, dopo qualche mese, ho intrapreso un percorso nutrizionale specifico. L’inizio non è stato facile, mi vergognavo a raccontare quello che mi succedeva, pensavo di essere pazza e l’unica al mondo a cui succedevano alcune cose!  Può sembrare strano, ma sapere di avere un disturbo alimentare mi ha sollevata, sapevo che avevo un terribile rapporto con il cibo e con il mio corpo ma adesso, finalmente, sapevo che c’era una via di uscita. Era il problema alimentare che mi rendeva prigioniera di una serie di circoli viziosi ai quali, da sola, non sarei riuscita a sottrarmi. La terapeuta mi invitava a fare piccoli esperimenti tutte le settimane che mi costavano fatica, concentrazione e lacrime ma ogni volta raggiungevo un piccolo successo e così, passo dopo passo, quel cambiamento che aspettavo è arrivato. Ad oggi non potrei essere più felice di aver intrapreso quel percorso.
La terapia ma ha insegnato ad amarmi ad accettarmi, mi ha reso più libera ma, più di tutto, mi ha ricordato che il mio valore, quella specie di luce che mi piace immaginare dentro di me, non dipende dal numero che vedo sulla bilancia.
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			<title>PUOI STARE BENE</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/puoi_stare_bene_11632471.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>PUOI STARE BENE</strong><br />Mi presento, mi chiamo Elena e ho sconfitto i disturbi alimentari e tutte le cause ad essi annessi. Voglio portarvi un messaggio che mi sarebbe piaciuto sentire durante gli anni che ho passato nell&#039;oscurità: i disturbi alimentari hanno un loro perché, questi perché possono essere capiti, si può imparare a gestirli, dai disturbi alimentari si può guarire. Si può stare bene, non solo meglio e non solo a volte, ma BENE, bene davvero.
Sono caduta nei disturbi alimentari a 19 anni, mio padre è sempre stato un maresciallo e ha sempre cresciuto i suoi figli incutendo timore, paura, al fine non solo di ottenere il rispetto, ma anche di imporre la sua personalità, le sue idee, i suoi comandamenti, le sue visioni, a tutti noi. Cosa vuol dire questo? Non accettare personalità diverse dalla propria. Per tanti anni sono riuscita a contrastare i suoi modi di fare, anche se riuscivano a colpirmi parecchio, avevo abbastanza forza per difendermi. A 19 anni è successo che mi lasciai con un ragazzo, momento di debolezza totale, mi ritrovai fragile e tutti i colpi scagliati da mio padre non sono più riuscita a scansarli. Cedo e cado nei disturbi alimentari. Attenzione, la causa sì era mio padre, ma io ero sotto un trauma che non vedevo, ero dominata dalla sua persona e non me ne rendevo conto, semplicemente agivo come pensavo di dover agire, senza sapere che quella non ero io, era mio padre che viveva dentro di me, al posto mio. Ignoravo tutto questo. Non l&#039;ho capito per molto tempo, mi chiedevo perché? Perché a me? Mi sentivo brutta, cattiva, meritevole di quel dolore, ma di fatto non riuscivo a pensare a qualcosa di tanto grave che io potessi aver fatto per meritarlo davvero. Pensieri e sentimenti contrastanti. Indovinate un po&#039; quali dominavano? Quelli che mi spingevano giù, nel dolore. Non a caso, chi era l&#039;unica persona che accettavo accanto a me? Mio padre. Non a caso, non riuscivo a risalire. Ero cieca, non vedevo. Ho cambiato tre psicologhe, la prima mi disse che un&#039;anoressica non poteva provare sentimenti, la seconda si addormentava durante le sedute che comunque mi toccava pagare, la terza è stata diversa, agiva, mi offriva degli strumenti, dei piani per uscire, ho pensato che fosse quella giusta, sorrideva e sapeva ridere, mi piaceva. Ho iniziato a lavorare con lei e con una nutrizionista. Mi sembrava di fare qualcosa per combattere. Non siamo riusciti a trovare le cause dei miei disturbi alimentari, i pensieri continuavano a peggiorare, con le abbuffate, l&#039;aumento di peso, lo stress arrivava alle stelle. Vedevo la mia impotenza ed ero convinta che se nemmeno io riuscivo a capire cosa potesse farmi male nessuno avrebbe potuto farlo. Termino il mio percorso con psicologa e nutrizionista. Ma mi rendo conto che degli strumenti, degli insegnamenti me li hanno lasciati perché decisa a vincere a tutti i costi inizio ad ascoltarli. &quot;Quando senti che vuoi abbuffarti, fermati, vuol dire che sei in una fase di stress, fai qualcosa che ti piace fare&quot;. All&#039;inizio le ho prese per pazze, la mia mentalità anoressica mi imponeva di non fermarmi mai, dovevo eccellere, dovevo studiare, dovevo pulire, dovevo fare, fare, fare, mai riposare, mai qualcosa per me, solo ed esclusivamente ciò che mio padre mi aveva insegnato, lavorare, non fermarsi mai. Ricordo di un giorno, Aprile 2022, stavo studiando, mi venne il desiderio di abbuffarmi, capii che il percorso universitario intrapreso non era il mio, che finché sarei rimasta lì a studiare non sarei mai riuscita a guarire, ma sapevo che se non avessi studiato non mi sarei laureata. Avevo due possibilità, eccellere, accontentare gli altri, oppure, assecondare i miei bisogni, i miei desideri, i miei, davvero miei. Decisi che guarire non voleva dire &quot;non fare niente&quot;, voleva dire lottare. Che se per guarire avevo bisogno di riposo, ebbene, quel riposo non era &quot;non fare niente&quot; era guarire. Che se avevo bisogno di svago, lo svago non era &quot;non fare niente&quot; era guarire. Che se avevo bisogno di pensare, pensare non era &quot;non fare niente&quot;, era analizzarmi, capire, guarire. Sono stata 4 mesi a &quot;guarire&quot;, sono fortunata io, ho avuto la fortuna di essere circondata da persone che lì per lì pensavano che io &quot;non stessi facendo niente&quot;, ma dopo una mia approfondita spiegazione hanno capito che stavo lottando, che stavo &quot;guarendo&quot; e mi hanno permesso di farlo. Piano piano di fatto ho iniziato a capire. Ho capito che nella mia testa viveva l&#039;idolo di mio padre. Dovevo debellarlo, piano piano ce l&#039;avrei fatta. Sono andata in Africa, mi sono sentita amata e cosa più importante, ho sentito di amarmi. Tornata a casa ho continuato a &quot;guarire&quot; per altri 6 mesi. Ho capito che non si può piacere a tutti, ho capito che non avrei più accettato qualcuno nella mia vita che non mi facesse sentire apprezzata. Non sarebbe più stato un cruccio, si può piacere ma anche no, banalmente non accetto chiunque nella mia vita, non mi piace chiunque nemmeno me. E va bene così. Ho capito che nella mia vita qualcuno che non mi faceva sentire apprezzata c&#039;era, qualcuno l&#039;ho ridimensionato, qualcuno l&#039;ho eliminato. Lo studio non mi apparteneva, l&#039;ho messo da parte, ho capito che i bambini mi facevano stare bene, ho iniziato a fare la babysitter e a breve spero di entrare alla facoltà di scienze della formazione primaria. Inizio a seguire un altro insegnamento della nutrizionista &quot;asseconda i tuoi bisogni, quello che il tuo organismo ti richiede&quot;. Il mio corpo non si fidava più di me. Poverino, l&#039;avevo privato per tanto tempo di cibo, ero poi finita per rimpinzarlo di tutto quello che mi capitava tra le mani. L&#039;avevo torturato, e aveva tutte le ragioni del mondo per non fidarsi del mio cervello. Quell&#039;insegnamento non mi faceva più così paura, non mi importava più se sarei ingrassata, dimagrita, mi sentivo bella, dentro e fuori, non sarebbe stato di certo qualche chilo in più o in meno a modificare i pensieri che le persone avevano di me. Questa è una consapevolezza nuova, mi rendo conto che durante i disturbi ero convinta del contrario, perché io stessa guardavo gli altri come numeri sulla bilancia. Ma a mente lucida, pulita, non era più così, non me ne fregava proprio niente del peso degli altri e ero sicura di non voler attorno persone che mi giudicassero in funzione del mio. Sono molto più di un numero. Sto bene. Capisco cos&#039;è successo nella mia testa, il potere che ha avuto mio padre, mi rendo conto che questo potere l&#039;ha perso, che l&#039;ho sconfitto, capisco di essere guarita. Ricontatto la psicologa, volevo la conferma. Con lei inizio un nuovo percorso, finalmente riesco a vedere tutto ciò che mi ha fatto del male e finalmente riesco ad analizzarlo, capirlo e imparare a gestirlo insieme a lei. Ricontatto anche la nutrizionista, io dovevo imparare a nutrire il mio corpo nel modo giusto, lui doveva imparare a fidarsi di me. Inizio quindi un percorso per l&#039;alimentazione intuitiva, mi rendo conto che il mio organismo, il mio cervello, da solo era già partito verso quella direzione. Il 02/08/2024 è ufficialmente terminato anche questo percorso. L&#039;ultima traccia lasciata dai disturbi alimentari è stata ripulita. Si può guarire. Si può stare bene. Un abbraccio a chiunque stia leggendo. Puoi farcela]]></description>
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			<title>I DCA SONO PENSIERI E PAURE CHE TI TRASFORMANO MA DAI DCA SI PUO' GUARIRE</title>
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			<description><![CDATA[<strong>I DCA SONO PENSIERI E PAURE CHE TI TRASFORMANO MA DAI DCA SI PUO&#039; GUARIRE</strong><br />La storia del mio disturbo alimentare iniziò all’età di circa 15/16 anni, quell’età in cui si dà molto peso a tutto ciò che appare esteticamente bello, ci si sofferma sul rispettare quei canoni estetici che la società, il mondo dei social ci fanno passare per perfetti e solo raggiungendo quelli ti sentirai realizzata, accettata e anche amata. Beh, solo oggi riesco a dirlo e solo oggi, a 21 anni, ho raggiunto la consapevolezza che tutto quello che ci fanno vedere che ci fanno passare per perfetto sono un sacco di frottole, che le persone hanno molte sfaccettature e l’estetica è una fra le tante NON la più importante; che le persone, quelle vere, non ti giudicheranno mai per come appari ma per come sei in tutto e per tutto e poi a pensarci bene è anche ridicolo valutare una persona solamente per la sua immagine. Tuttavia, tutto questo l’ho acquisito nel tempo grazie a specialisti che per anni mi hanno aiutato ad uscire piano piano dal baratro in cui ero caduta.
La mia ossessione per l’aspetto fisico ha avuto inizio per gioco, una sera dopo cena, insieme a mia cugina decidemmo di pesarci così senza nessun motivo. Premetto che io non avevo mai avuto problemi di peso e non ho mai fatto diete, ho sempre avuto una costituzione minuta e gracile pur mangiando sempre ciò che volevo e quando volevo. Il mio peso era ormai costatato a un certo valore e sinceramente fino a quel momento nemmeno mi preoccupavo, non mi è mai capitato di pensare al peso non avevo nemmeno la bilancia a casa. Ma quella sera il numero non risultò più il solito ma 4 kg in più e quella semplice cifra ebbe un potere enorme su di me, scaturì in me tanti pensieri legati all’aspetto fisico, mi pervase la paura di ingrassare, la paura che se avessi continuato a mangiare il mio corpo sarebbe cambiato in peggio con il passare del tempo, insomma tutto girava intorno al timore di veder ulteriormente aumentare quel numero. È assurdo pensare che un semplice numero abbia avuto un certo potere!
Da lì in poi le mie preoccupazioni i miei pensieri erano per la maggior parte legati al mio corpo, mi guardavo e non mi piacevo, i miei fianchi le mie braccia, che fino a quel momento non erano mai stata fonte di preoccupazione adesso erano un problema, non mi piacevano, ciò che pensavo era che dovevo fare qualcosa per modificarle per sentirmi bene per arrivare a raggiungere quella perfezione che in realtà non esiste. Iniziai così piano piano a ridurre le quantità di cibo che mangiavo per poi ad arrivare ad eliminare piano piano gli alimenti (alimenti dolci, carboidrati, cibi spazzatura). In pochissimo tempo persi la situazione di mano, non mi rendevo conto di quanto dimagrissi perché in tutto questo, nonostante stavo proseguendo verso il mio scopo, continuavo a non piacermi ad odiare il mio corpo, il mio umore era ormai a pezzi nemmeno sorridevo più. Persi più di 10 kg in nemmeno due mesi e i miei genitori vedendo il mio rapporto malato con il cibo e ormai il mio aspetto fisico, decisero di chiamare una clinica per farmi aiutare perché fortunatamente capirono sin dai primi momenti che c’era qualcosa che non andava. Quando mi parlarono di questo, rimasi un po&#039; sconcertata, non volevo assolutamente farmi curare perché io non ritenevo i miei pensieri malati, non mi vedevo eccessivamente magra credevo di aver in mano la situazione. Il momento in cui ho capito di aver toccato il fondo è stato quando non mi venne più il ciclo mestruale, quando i miei capelli non erano più lunghi e lucenti, quando i miei battiti cardiaci erano sotto la media e i miei esami del sangue completamente pieni di asterischi. Solamente a quel punto presi coscienza dell’anormalità della mia magrezza ed ora a distanza di anni riguardandomi in foto, mi vedo molto più magra di come io mi vedessi in quell’istanti.
Così iniziai un percorso di terapia con un team composto da nutrizionista, psicologa, ginecologa ecc…
Andavo settimanalmente dalla nutrizionista, mi diede uno schema alimentare che seguivo rigidamente da sola perché così controllavo meglio i grammi degli alimenti; ero ossessionata dalla bilancia, tutto ciò che ingerivo doveva essere rigorosamente pesato senza che sforasse le mie kcal giornaliere. Bastava un solo grammo in più rispetto a ciò che lei mi scriveva a farmi stare male a far ritornare in me il pensiero e la paura di ingrassare anche se in quel momento io volessi farlo perché stavo male con la mia magrezza, i vestiti non mi stavano più, tutti intorno mi dicevano che ero troppo magra, arrivai persino al punto di sentirmi a disagio ad uscire perché mi vergognavo, ma in tutto questo io facevo di tutto per non ingrassare.
Nei primi periodi, devo dire che, la figura della psicologa la vedevo davvero poco, una volta al mese, e quindi passato un anno e vedendo che non mi aveva lasciato niente decisi di rivolgermi ad un’altra persona ma anche qua con scarsi risultati.
D’improvviso arrivò un momento in cui la situazione si ribaltò, ancora oggi io non so dire come e non so spiegarmi il motivo (molto probabilmente perché il mio corpo e il mio cervello non reggevano più), i miei pensieri legati al cibo, al peso degli alimenti, alla paura di ingrassare scomparve, così iniziai a mangiare di tutto in grandi quantità, ad ore sfasate del giorno, tutto il mio mondo fatto di regole si distrusse ed arrivai a non averne più. Iniziai ad ingrassare in poco tempo fino ad arrivare ad un punto in cui capii che nemmeno questo era normale. Ero stata fregata un’altra volta, pensavo di aver superato il mio DCA, i miei pensieri ossessivi sul cibo, sul corpo e invece no: questa era l’altra sfaccettatura del mostro che ormai era dentro di me, è quello che viene chiamato Binge.
In questo periodo ci fu il covid ed io tralasciai la situazione, distaccandomi dai medici, perché pensavo di essere guarita dal mio disturbo alimentare, avevo raggiunto il mio normo peso, stavo anche molto meglio emotivamente, anche se dal punto di vista psicologico non mi era stato lasciato molto.
Ma avevo sorvolato su una cosa, il disturbo alimentare non passa perché siamo ingrassate e siamo in normo peso in quanto, anche se io non avevo più pensieri ossessivi sui grammi e sulla bilancia, i miei pensieri legati al fatto di ingrassare, al fatto di evitare “cibi spazzatura”, insomma non mangiare spensierata, c’erano ancora, ma solo dopo me ne resi conto. Ne presi coscienza grazie ad una nutrizionista, dalla quale ero andata per farmi dare un piano alimentare e buttare giù qualche kg (visto che ormai non avevo più uno schema alimentare, mangiavo male e in ore sfasate). Lei si accorse subito che ancora non ero guarita e mi spiegò che anche questa sfaccettatura faceva parte del mio DCA, che avevo sempre paura del cibo (sicuramente in maniera diversa) e che se anche io stavo bene esteticamente e internamente, perché avevo il ciclo, le mie analisi erano tornate perfette, io non ero ugualmente tranquilla difronte al cibo e quindi non ero totalmente guarita. Così mi mise in contatto con la psicologa specializzata in disturbi alimentari e tutt’ora sono in terapia. In questo percorso mi ha aiutato molto mia mamma, sembra impossibile visto che inizialmente io non volevo nemmeno che toccasse il mio cibo, ma grazie al suo aiuto io sono riuscita a seguire completamente lo schema alimentare. Quindi è importante avere un supporto anche dentro casa, una figura che ti dia forza e che sia dentro la situazione proprio come ci sei tu.
Arrivata ad oggi, dopo anni e anni sottomessa al mio DCA, posso finalmente dire che sono quasi arrivata alla fine, quasi perché ho ancora episodi di abbuffate ma che si stanno piano piano riducendo. Il vero punto di svolta è che io, nonostante sono adesso più di quei famosi kg visti in precendenza e sono un peso che non sono mai stata, mi sento bene ma soprattutto mi sento bella. Ho ritrovato la serenità di mangiare qualsiasi cosa, di non scegliere le cose solo perché hanno meno kcal ma di scegliere perché mi piacciono, di guardarmi allo specchio e di vedermi BELLA anche con le forme che ho perché la perfezione non esiste, perché il mondo dei social è un mondo costruito, perché tutto il mondo in cui viviamo gira intorno a ideali di bellezza sbagliati, perché una persona è bella per ciò che è e non se è magra o grassa, alta o bassa. Bisogna trovare persone che ci accettino così come siamo e non modificarci perché loro ci vogliono a loro preferenza, il segreto è quello di stare bene e sereni con noi stessi e solo così quest’energia positiva si trasmette alle persone che ci stanno intorno ma soprattutto solo se siamo sicuri di ciò che siamo diventate i commenti e le opinioni delle altre persone non ci toccano più.
Voglio ringraziare tutte le persone che mi hanno aiutato in questo percorso, soprattutto nell’ultimo anno, perché i DCA vengono purtroppo ancora sottovalutati e molte volte legati solamente ad una questione di peso (soffro di DCA= sono anoressica), NO i DCA sono anche altro anzi soprattutto altro, sono pensieri, ossessioni, paure che ti trasformano. Con questa mia storia spero di essere d’aiuto a tutte quelle ragazze che ancora ne soffrono o che ne soffrono ma ancora non lo sanno, dargli forza ma soprattutto fargli capire che dai disturbi alimentari si può guarire basta avere pazienza ma soprattutto credere in noi stesse.
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			<title>GUARIRE...UNA LIBERTA' INCREDIBILE</title>
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			<description><![CDATA[<strong>GUARIRE...UNA LIBERTA&#039; INCREDIBILE</strong><br />È difficile liberarsi da alcune abitudini, è difficile dopo tanti anni passati a fare le stesse cose autodistruttive, di cui ci si vergogna, smettere e guardare avanti.
Ma è possibile.
La mia discesa non so quando sia cominciata, potrebbe essere cominciata quando da piccola mangiavo in piatti separati per non far mescolare gli alimenti, potrebbe essere cominciata quando in un momento non ben precisato della mia adolescenza ho iniziato a scambiare cibo per gratificazione che non riuscivo a cogliere dall’ambiente circostante.
Provare a fare da soli non è la risposta e ho dovuto sbatterci la testa più e più volte, passando da portare pantaloni da uomo per mancanza di taglie femminili abbastanza grandi oppure nascondendomi in felpe più grandi della mia taglia fino a cercare di saltare pasti, distruggersi in palestra e perdere nella maniera più sbagliata i chili possibile.
Un effetto yo-yo disastroso in cui, sembra impossibile, non riuscire a vedersi davvero diversa, davvero “come ti vorresti” (anche quando in realtà hai perso dieci chili).
Perché tanto in pochi/e abbiamo davvero un’idea realizzabile di come ci vorremmo, a causa di modelli di bellezza artificiali, una bassa autostima e poco amore di sè.
Sono arrivata a compensare con metodi poco ortodossi, sia con abbuffate dovute alla mia emotività o alle troppe restrizioni, sia serate in pizzeria tutto sommato normalissime.
Lo specchio era il mio più grande nemico, potevo passare ore a cambiare ogni abito che avevo senza riuscire nemmeno a dirmi “ok, così stai bene”.
Vedersi come attraverso un paio di lenti che dipendono esclusivamente dal tuo umore è disarmante, sei il tuo nemico, e non hai gli strumenti, nè tantomeno la forza, di stare lì a guardarti davvero, a tentare di capire cos’è che ti spinge a dare un giudizio orribile a te stessa, mentre gli altri sembrano tutti più belli, più capaci o comunque migliori di te.
Come ci si arriva? Senza accorgersene veramente, va solo sempre peggio e quando te ne accorgi devi “solo” avere la forza di non aver paura di sembrare debole o di aprire i cassetti ben chiusi che ti hanno fatto arrivare a quel preciso momento in cui ti chiedi “ma cosa sto facendo?” 
A tutti capita di passare attraverso i commenti sprezzanti di chi ti sta vicino riguardo alla tua forma o paragoni con di altri, di passare attraverso delusioni emotive di ogni genere...e chi di noi è più sensibile continua a nutrire una sorta di mostro che si fa sempre più grande.
Fortunatamente quella non è la fine ed io devo ringraziare infinitamente la mia terapista Maria e la mia dietista Erica che mi hanno insegnato e guidato per il percorso verso l’uscita, dandomi armi per proteggermi dai miei stessi giudizi e dai miei stessi sabotaggi.
Ad un anno dalla fine della terapia e a pochi mesi dalla fine del percorso con Erica non posso fare a meno di sentirmi fiera del cammino anche se a tratti le cose possono farsi più scure del solito e può sembrare di fare un balzo indietro.
Non è vero. 
Sto ancora andando avanti pur sempre tenendo in mente che le mie debolezze non possono essere completamente estirpate ma si possono comunque tenere a bada ripetendosi “io non sono il mio problema” o “quello che vedo non è come sembra a me in questo momento” ogni volta che guardandomi allo specchio mi trovo peggio del giorno prima o che capita di pensare “vorrei essere più così o più cosà”....un pò come se le lenti di cui parlavo prima fossero sempre lì pronte a mettersi davanti ai miei occhi per farmi vedere non come sono davvero, ma come mi sento.
I consigli di Erica sono stati indispensabili per imparare di nuovo a mangiare ed a apprezzare il cibo per quello che è, senza trasformarlo in un’arma di autodistruzione.
Adesso posso andare in santa pace a cena fuori senza sentire bisbiglii all’orecchio che mi fanno il conto delle calorie e mi fanno il piano su come compensare ed è una libertà incredibile.
Il miglioramento non nascondo che porta anche a rivelazioni a volte dolorose, ma quello che porta di positivo è inestimabile.
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			<title>LETTERA AL MOSTRO</title>
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			<description><![CDATA[<strong>LETTERA AL MOSTRO</strong><br />Ciao.
Non so bene cosa dirti, anche perché probabilmente sai già tutto, visto che sei nella mia testa. 
Per molto tempo non ho saputo che tu fossi lì, ho sempre creduto di essere io a pensare certe cose e ad impormi di agire e comportarmi in una determinata maniera. Ma adesso so la verità e so come affrontarti. 
Non è sempre stato così: a lungo ho ceduto ai tuoi ordini e ho creduto a quello che dicevi, mi sono convinta che davvero io fossi stupida, incapace, antipatica, insensibile, cattiva, egocentrica, brutta e grassa. Mi hai fatto credere di avere la “soluzione”, l’unica cosa che in quella tempesta di emozioni negative e incontrollate io potessi controllare, così che finalmente sarei piaciuta almeno un po&#039; a me stessa e, forse, a qualcun altro: il mio peso. 
Io, fisicamente, non mi sono mai piaciuta e mi sono sempre vista grassa. Non ricordo un periodo della mia vita in cui io non fossi a dieta: sin dall’asilo sono stata sovrappeso e sin dalle elementari ho cercato di dimagrire. Ma la verità è che più stavo a dieta, più avevo fame, più mi sentivo brutta e grassa. Probabilmente mi sarei dovuta accorgere che non stavo bene molto tempo prima: da quando sono andata alle medie, dove tutte le mie compagne erano più basse e più magre di me. Avevo dei momenti di totale sconforto, in cui decidevo che per una settimana sarei stata ad una dieta ferrea, così che avrei perso quei due chili di troppo. Durante quei sette giorni non mangiavo niente, perdevo uno o due chili e quando la settimana finiva, io ero soddisfatta. A quel punto tornavo a mangiare, ma ogni volta sempre di meno e togliendo alcuni cibi dalla mia alimentazione. Sono arrivata in questo modo in seconda media sottopeso, senza ciclo e svenendo ovunque. 
Mia mamma mi ha costretto a mangiare di più e io non posso dire che fossi triste di questo, d’altronde io adoro il cibo. Pian piano ho ripreso tutti i chili e mi sono sentita terribilmente grassa e in colpa: ho iniziato un’altra delle mie “settimane di dieta”, solo che quella volta non sono riuscita a smettere. Probabilmente eri riuscito ad insinuarti una volta per tutte nella mia mente. 
Avevo quattordici anni e avevo appena iniziato il liceo. Studiavo tantissimo e, come al solito, non mi accontentavo mai dei miei risultati. Avevo problemi a fare amicizia con i miei compagni (sono sempre stata timida, ma mai così tanto) e mi sembrava che fossero tutti pronti a giudicarmi. Con i miei genitori non stavo passando un bel periodo: mio padre si arrabbiava con me per ogni minima cosa e mia mamma era come se non ci fosse. Vedevo pochissimo i miei unici amici, solo il sabato, e ogni volta che uscivamo insieme mi sembrava di essere sempre più lontana da loro. 
Ovviamente tu mi hai convinto che la colpa di tutto questo fosse mia, perché per quanto mi impegnassi e provassi non ero mai abbastanza per niente. Mi odiavo così tanto. 
I miei genitori si arrabbiavano sempre di più con me perché non mangiavo e io ormai piangevo sempre: a scuola durante le lezioni, mentre camminavo, mentre facevo sport. Ovviamente tu mi hai convinto che nessuno avrebbe dovuto sapere della mia tristezza, perché non avevo motivo di stare male: era tutta colpa mia. 
In quel periodo probabilmente tu eri contento del mio dolore, perché ricordo benissimo che ero soddisfatta solo quando salendo sulla bilancia scoprivo di essere dimagrita o quando riuscivo a finire la giornata avendo mangiato solo una mela.
Quando ho ricevuto l’aiuto di cui avevo bisogno ho finalmente realizzato che la mi vita, non era più la mia. Pensavo solo al quanto avevo mangiato, a cosa avrei mangiato, a quanto ero dimagrita e a quanto le altre ragazze fossero più belle e più magre di me. Quelli erano i tuoi pensieri, non i miei: tu mi obbligavi a fare certe cose attraverso il senso di colpa e l’ansia, approfittandoti del mio periodo di difficoltà. 
Guarire non è stato facile. 
Molte volte mi sono chiesta (anzi tu mi hai chiesto) perché lo stessi facendo, visto che poi sarei ingrassata. Ho pianto, ho urlato, ho sofferto e tante volte ho pensato che quello che mi dicevano sul guarire non fosse vero. 
Invece lo era. 
Io non ho mai vissuto senza pensare costantemente al cibo, o almeno non ricordo un tempo in cui non l’ho fatto. Io non mi ricordavo come ci si sentisse quando si è felici, non mi ricordavo cosa voleva dire godersi una giornata con gli amici. Anche mentre stavo guarendo non ero mai davvero felice, non ridevo con il cuore e anche quando ero in compagnia di altre persone il mio unico pensiero era mangiare. Questo perché ero in sottopeso e finché lo si è non si può guarire davvero.
Mi ricordo che quando avevo ripreso a mangiare, con una dieta che manteneva il mio sottopeso, chiesi (anzi, tu hai chiesto) perché non potevo continuare ad assumere quel totale di calorie giornaliere, senza ingrassare o dimagrire. Ovviamente mi fu detto che era necessario che riacquistassi un peso normale. Eri così arrabbiato.
Adesso lo capisco perfettamente, anche se tu non lo accetti. Sono riuscita a sconfiggerti, passo dopo passo, perché avevo una tremenda voglia di essere felice, di fare una risata sincera, di passare un pomeriggio con i miei amici ed essere lì con i miei pensieri a godermelo.
La cosa più importante è stato capire che non ero io che pensavo certe cose, eri tu. Ci sono stati giorni in cui mi dicevo che quello che pensavi fosse giusto: in realtà eri tu che ti stavi dando ragione, facendomi credere come al solito che fossi io a pensarlo. Anche se sei nella mia testa e le tue parole risuonano nella mia mente con la mia voce, tu non sei me.  
Adesso che sono guarita, guardando indietro mi rendo conto di quanto sono stata male. Quando penso a quei giorni mi fa male il petto e mi vengono gli occhi lucidi. Ma poi vedo a quella che adesso è la mia vita: sembra quasi surreale. 
Adesso io posso dire di essere VERAMENTE felice e ogni volta che me ne accorgo sono ancora più contenta. 
Ho degli amici che adoro con tutto il mio cuore e le giornate con loro sono divertenti come mai lo sono state, perché finalmente sono presente anche con i miei pensieri. La mia timidezza c’è ancora, sicuramente molto attenuata rispetto a prima, e ogni tanto mi sento in imbarazzo a parlare con le persone che non conosco bene. Probabilmente è il mio carattere, ma mi sono anche resa conto che posso lavorarci sopra. Il rapporto con i miei genitori è migliorato a dir poco: hanno capito le mie insicurezze e fragilità e hanno fatto del loro meglio per approcciarsi con me in modo differente. A scuola va molto meglio: adesso mi trovo molto bene con i miei compagni e siamo uniti (non nego che qualcuno non mi va molto a genio, ma è normale così) e sto cercando di dare meno peso ai voti, accettando che qualche volta possa andare un po&#039; peggio del solito. 
Anche il mio rapporto con il cibo non è mai stato migliore: mangio quello che mi va e ormai ho smesso di pensarci sempre. Sono riuscita a riprendere a mangiare tutti i cibi che mi procurava ansia mangiare, riesco di nuovo a mangiare in pubblico senza essere in imbarazzo e non mi interessa più se ogni tanto mangio di più del solito.
Non nego assolutamente di avere dei momenti di maggiore difficoltà: mi capita ancora di sentirmi in colpa e di avere giornate in cui mi sembra di mangiare troppo. L’importante è riconoscere che quelli sono i tuoi pensieri, non i miei. 
Spero a mai più, Anonimo. 
 ]]></description>
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			<title>IL PRIMO PASSO NON TI PORTA DOVE VUOI MA TI TOGLIE DA DOVE SEI</title>
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			<description><![CDATA[<strong>IL PRIMO PASSO NON TI PORTA DOVE VUOI MA TI TOGLIE DA DOVE SEI</strong><br /> “Il primo passo non ti porta dove vuoi ma ti toglie da dove sei.” Questa è la frase che mi ha accompagnato questo ultimo anno.
La mia avventurosa storia con il cibo inizia alle elementari, davanti a una macchina fotografica usa e getta, quando delle mie compagne di classe mi dissero:” togliti! Occupi tutto lo spazio e noi non riusciamo a farci la foto.” Da quel giorno iniziai a pensare che non sarei mai stata accettata per il mio aspetto estetico ma al massimo per compassione. Quello fu il primo insulto che ricordo, seguito poi, negli anni, da scherzi come gettare il mio giacchetto nel water in inverno o farmi mordere le scarpe e le braccia da un cane. Tutto questo solo perché non ero magra come le altre bambine e spesso indossavo i vestiti di mia mamma. Iniziai le scuole medie e gli insulti diminuirono; ogni tanto mi sentivo dire “balena spiaggiata” o cose simili ma erano cose leggere per me, non ci facevo troppo caso. Qualche mese dopo decisi di mangiare meglio e fare più sport ed ero soddisfatta di come andavano le cose ma poi arrivò la mia prima cotta e dalla felicità non riuscivo più a mangiare. Mi si chiudeva lo stomaco e ridevo sempre. In pochi giorni però invece che la felicità era la tristezza a non farmi più mangiare perché a questo ragazzino non piacevo e non la presi troppo bene… In tre mesi persi 20 kg circa: da 71 a 52 kg; non era più la delusione della prima” storia d’amore “a farmi chiudere lo stomaco ma un pensiero fisso, una coscienza, che mi diceva:” ancora, non è abbastanza devi dimagrire ancora” e così feci. I miei si preoccupavano per me e quando mia mamma si accorse che erano mesi che non mi veniva il ciclo decisero di chiedere aiuto. Per un anno e mezzo sono andata a fare dei controlli per guarire dall’anoressia. Non fu facile; litigavo spesso con i miei e con chiunque volesse farmi mangiare quando non volevo. Poi un giorno mio papà mi riportò al maneggio e incontrai quella che diventò il regalo più bello che potessero mai farmi i miei genitori: la mia cavalla. Mi diede la forza e il coraggio per non arrendermi mai e soprattutto mi insegnò che esiste sempre un motivo per cui sorridere e combattere. In tre anni avevo ripreso molti chili e anche il mio ragazzo, come mia madre, me lo fecero notare e dopo mesi che cercavo di farci attenzione a ciò che mangiavo tornò quella vocina. Ero appena andata a letto e avevo la testa che mi fischiava ed era piena di rumori e tra questi quella vocina urlò” basta!” e mi sentii sollevata perché tutti gli altri rumori sparirono. Solo che al posto di quelli iniziarono ad arrivare i sensi di colpa, la paura di ingrassare e di non riuscire a fermarsi, i film mentali in cui la gente rideva di me e il ricordo di quando da bambina mi prendevano in giro. Mi tornò la paura per qualsiasi cosa e iniziai a costruire dei muri attorno a me, infatti diventò quasi impossibile non litigare con chi voleva buttarli giù. Però non mi piaceva il mio comportamento: tutte quelle risposte, frecciatine e poi ero sempre stanca di tutto, anche fisicamente e non dormivo molto. Pensai che fosse per la scuola e chiesi ai miei di andare da qualcuno con cui parlare e che mi potesse aiutare a stare meglio. E oggi, un anno dopo, sono riuscita a concludere questo percorso che mi ha insegnato a capire che non è giusto togliere tempo e energie alle cose e persone che amiamo per darle a qualcosa che ci isola e ci rende nervosi. Il mio disturbo alimentare non sparirà, resterà una cicatrice, un punto debole, farà sempre parte di me ma non mi toglierà più il sorriso.]]></description>
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			<title>IL DESIDERIO DI CONTROLLO...FA PERDERE IL CONTROLLO...</title>
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			<description><![CDATA[<strong>IL DESIDERIO DI CONTROLLO...FA PERDERE IL CONTROLLO...</strong><br />“Il desiderio di controllo...fa perdere il controllo”(Cit.)
Questa frase rispecchia molto il mio vissuto.
Ho sempre pensato di avere il potere di controllare tutto! E&#039; proprio dalla paura che nasce il bisogno di controllo, da un senso di insicurezza di perdere qualcuno..
Fin da piccola sono cresciuta con mia mamma malata e nonostante ciò lei si mostrava sempre forte. Io ero una bambina che non voleva dar problemi, volevo essere “ perfetta”.
Mamma molto spesso veniva ricoverata in ospedale e avevo una grande paura di non poterla più vedere. Io e mio fratello siamo sempre stati uniti quanto,essendo il fratello maggiore si è preso cura di me fino a che non abbiamo avuto una brutta lite e dopo quell&#039; episodio non ci siamo più parlati per due anni. Iniziai così a restringere il cibo e persi peso. Per 2 anni sono stata in amenorrea. I miei genitori si accorsero che qualcosa non andava , soprattutto mia mamma mi aiutò a capire che avevo bisogno di aiuto. Intrapresi così il mio primo percorso di psicoterapia, dopo circa 1 anno molto duro tornò il mio peso forma e di conseguenza il ciclo mestruale. Eravamo tutti molto felici.
Purtroppo dopo alcuni anni ho perso mia mamma, e lì i crollò tutto . Mi sentivo persa, sola, non sapevo più cosa fare. Ero fidanzata e lui e mio padre mi sono stati vicini ma non bastava, il vuoto di mamma era immenso ,un dolore inspiegabile.
Così iniziarono le abbuffate , vomitavo e abusavo con i clisteri.
Dopo alcuni mesi rimasi incinta ma non era il momento , non ero io. Avere un figlio era sempre stato il mio desiderio che volevo condividere anche con mia mamma (futura nonna) ma purtroppo è arrivato dopo la sua perdita e in quel momento sentivo il suo vuoto.
Mi pesavo di continuo, andavo in più farmacie per valutare il peso, dipendevo da quel numero.
Così per tutta la gravidanza ho alternato momenti di bulimia e anoressia nervosa.
La nascita di mio figlio è stata una gioia immensa e io volevo crescerlo come mamma ha fatto con me. Dopo il primo anno di nascita ,molto duro, decisi che per crescere mio figlio insieme a mio marito, la cosa migliore fosse quella di chiedere aiuto per tornare a essere la vera me.
Grazie a questo nuovo percorso iniziato con Lisa,la mia psicologa-psicoterapeuta e Erica,la mia dietista, sono riuscita in circa 1 anno a prendermi cura di me stessa. Lisa mi ha aiutato a tirar fuori la vera me e ad aver più autostima e Erica mi ha aiutata a capire che il cibo è medicina, che non esistono regole e mi ha portata a riassaporare la libertà. Mi ha insegnato metodi per gestire i campanelli d&#039;allarme che ogni tanto si fanno sentire ma che come ho già detto ,grazie a loro riesco finalmente a gestire.
Così posso dire a quel “mostro” che portavo dentro : ora sei indietro mentre io ho deciso di ANDARE AVANTI!
Il mio motto: AVANTI TUTTA!]]></description>
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			<title>La storia di Lucia: anoressia. Ho imparato a volermi bene.</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La storia di Lucia: anoressia. Ho imparato a volermi bene.</strong><br />Ho iniziato il percorso terapeutico un anno e mezzo fa, in quel periodo mi sentivo per la prima volta forte e bella, per una volta credevo di avere tutto sotto controllo.
Qualcuno, ogni tanto, mi faceva notare che avevo perso tanto, troppo peso, ma io sorridevo soddisfatta, perché almeno avevano smesso di dirmi che ero “bella cicciottella”, come da bambina.
Poi ho iniziato ad accorgermi anche da sola che stavo cambiando, a volte neppure mi riconoscevo, ripetevo a me stessa che era solo un periodo molto stressante, che avevo molti pensieri in famiglia, che dopo quell’esame sarebbe tornato tutto alla normalità e che, poi, mi sarei presa di nuovo cura di me.
Però quel periodo non arrivava mai, avevo sempre altro di più importante a cui pensare.
Il mio percorso è iniziato così, casualmente, andando dalla fisioterapista per alcuni dolori; fu lei, con molta delicatezza e pazienza nel corso delle prime sedute, a farmi capire che, secondo lei, avevo altri disturbi; questo è stato un passo importante, perchè ho accettato di farmi aiutare credendo a chi mi vedeva non stare bene.
E’stato un salto nel buio, credere a chi hai di fronte, fidarsi di loro e permettergli di scombussolare le tue certezze (false e distorte), nella promessa che si potrà stare bene in modo sano.
Ogni passo è stato duro,un macigno molto doloroso, sia nell’ammettere di avere un problema più grave di quello che immaginavo sia nell’accorgersi che il disturbo alimentare stava vivendo al posto mio.
Grazie alla fantastica equipe che mi ha seguito, ho cominciato a riprendere peso, anche e soprattutto attraverso una sana e giusta alimentazione; il recupero è stato lento e faticoso, costantemente associato alla psicoterapia che mi ha aiutato a smascherare i motivi inconsci e consci delle mie difficoltà, dando a ogni cosa il proprio nome.
Ora sto bene, ho voglia di vivere bene e posso dire di essere guarita, ma sono altresì consapevole che il prendersi cura di noi non è per un periodo, è una attenzione che devo e dovrò a me stessa sempre, perché potrebbe ricapitare d’inciampare nel disturbo.
Ho imparato e riscoperto moltissime cose in questo percorso, prima fra tutte volersi bene.
Anche se non c’è stato insegnato o se, momentaneamente, per le circostanze della vita, siamo distratti da altre situazioni o persone, ricordiamoci di questo: vogliamoci bene! Noi siamo la cosa più bella.]]></description>
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			<title>LA STORIA DI ALICE: LA SUA VITTORIA CONTRO COLITE ULCEROSA E DISTURBO ALIMENTARE</title>
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			<description><![CDATA[<strong>LA STORIA DI ALICE: LA SUA VITTORIA CONTRO COLITE ULCEROSA E DISTURBO ALIMENTARE</strong><br />Sin da piccola non ho mai percepito il mio corpo realmente mio. A causa di una malattia cronica che ho dall&#039;età di 3 anni, ho sempre alternato periodi in cui perdevo peso a periodi in cui a causa delle terapie ingrassavo senza controllo. E&#039; stata proprio l&#039;incapacità di poter controllare quella che sono fisicamente che ha portato alla mancata consapevolezza di chi sono come donna, a lottare costantemente per essere diversa da quell’immagine riflessa nello specchio in cui non mi riconoscevo. 
 
Quando stavo male perdevo appetito, chili e diventato emaciata. Non appena le medicine iniziavano a fare effetto, l’appetito tornava ed era nervoso, prepotente e incontrollabile. Nell’adolescenza ho iniziato ad abbuffarmi. Nella mia testa c’era il blackout e qualcosa di più forte prendeva il sopravvento sul mio arbitrio. Mi dirigevo verso la dispensa senza nemmeno accorgermene, iniziavo a mangiare i biscotti uno dietro l’altro, non riuscivo a fermarmi fintanto che il sacchetto non era quasi finito. All’improvviso tornavo ed era come svegliarsi dopo un incubo, i sensi di colpa mi invadevano e dovevo rimediare. Provavo ad indurmi il vomito, ma non riuscivo a farlo. Questo è stata forse la mia salvezza perché il circolo vizioso non poteva andare avanti, potevo solo abbuffarmi senza però compensare. 


Nel giro di pochi anni feci più diete in cui vivevo in un regime di controllo, ogni boccone doveva essere pesato, misuravo le calorie di tutti gli alimenti e il cibo era diventata la mia ossessione. Sottostare a queste regole rigide era stressante, la mia ansia aumentava e lentamente, di nuovo, perdevo la capacità di arbitrare le mie decisioni. Ero come un animale in gabbia, appena la porta si apre e percepisce sulla sua pelle la sensazione della libertà corre libero, senza fermarsi, per recuperare tutto il tempo perso mentre era rinchiuso. Questa ero io: dopo mesi di prigione mentale in cui controllavo tutto, all’improvviso le catene che mi ero creata si spezzavano e ritornavo a mangiare senza potermi controllare. 


Mi pesavo molte volte al giorno, ero ossessionata da quel numero. Sentivo che il mio valore come persona dipendeva da quella cifra. Io ero il mio peso. Quando entravo in una stanza mi sentivo gli occhi addosso, come se tutti stessero guardando le mie cosce e come quel maglione sottolineava la pancia. Mentre parlavo con gli altri, mi sentivo giudicata per il mio aspetto fisico.


Tutto questo succedeva sempre, in ogni momento, tutti i giorni per molti anni.


A Luglio 2017 ho deciso che dovevo essere io a prendere in mano le redini della mia vita, da troppi anni la mia ossessione prendeva le decisioni al posto mio. Ho iniziato la psicoterapia ed è stato un anno difficile, mi sono guardata dentro, ho pianto, ho lottato ed ho capito. 


Oggi se mi guardo allo specchio vedo una donna di cui ho imparato a conoscere le forme, a rispettare e ad apprezzare i suoi pregi ma anche i suoi difetti, perché anche questi fanno parte di me. Non mi identifico più con il mio peso e non mi sento più giudicata dagli altri. La bilancia non mi ossessiona e la uso solo una volta a settimana, addirittura succede che dimentico di pesarmi. Mi viene da sorridere a pensare che sono la stessa persona, che poco più di un anno fa non vedeva l’ora di tornare a casa per montare sulla bilancia e controllare il proprio peso dopo una pizza fuori con gli amici. Non ho più le crisi isteriche di pianto davanti all’armadio, in cui mi provavo tutti i vestiti senza trovarne uno che andasse bene e mi ripetevo “non ho niente da mettermi, mi sta tutto male, mi faccio schifo”. Ora semplicemente mi vesto ed indosso gli abiti senza scrutare ogni minimo dettaglio. 


Non essere più ossessionata dal cibo e in ansia per il mio peso ha portato a diminuire il carico di stress in tutti gli ambiti, dall’università ai rapporti personali e perfino nello sport. 


Grazie anche al percorso intrapreso insieme alla dietista, ho imparato a mangiare bene, senza regole rigide ma sfruttando le buone abitudini di una sana alimentazione. Abbiamo capito qual è il peso più giusto per il mio fisico, lo sto mantenendo senza ansie e preoccupazioni. Non perdo più il controllo quando mangio, semplicemente perché non ho bisogno di dovermi controllare, ho imparato a mangiare nel modo corretto e mi sento libera di alimentarmi come meglio preferisco senza restrizioni ne abbuffate. 


Grazie a Valeria ed Erica non sono più in lotta per diventare quella che non sono, ho accettato me stessa e mi sento finalmente libera di vivere.]]></description>
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			<title>IL CASO DI NICOLA: UNA NONNA DA EDUCARE</title>
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			<description><![CDATA[<strong>IL CASO DI NICOLA: UNA NONNA DA EDUCARE</strong><br />Nicola, un ragazzo di 13 anni, è arrivato nel mio ambulatorio con i sui genitori perché voleva lui stesso perdere qualche chiletto. Negli ultimi mesi si sentiva preso in giro dai compagni di classe; i genitori volevano che Nicola fosse seguito da uno specialista che si occupasse di alimentazione in età evolutiva, vista la delicata fase di crescita fisica e lo sviluppo cognitivo.
Secondo i percentili di crescita Nicola era in sovrappeso, la sua alimentazione non era così squilibrata: mangiava abbastanza frutta e verdura, mangiava regolarmente a colazione, pranzo e cena e faceva gli spuntini, quindi non saltava mai i pasti, fortunatamente. I genitori avevano una buona alimentazione, anche se per motivi di lavoro erano costretti a mangiare spesso fuori casa. Nicola mangiava quindi sempre a pranzo, e a volte anche a cena, dalla nonna paterna.
La nonna cucinava “alla vecchia maniera”, molti fritti e soffritti, molta carne, molti formaggi e salumi, pasto abbondante e per finire la crostata di frutta; “perché almeno così Nicola mangia la frutta” mi disse durante una visita la nonna.
L’aspetto positivo è che Nicola faceva sport, giocava a calcio 3 volte a settimana, più la partita, e lo faceva volentieri.
Il percorso ha richiesto quindi la necessità di includere la nonna, che fino a quel momento era la persona che più di ogni altra si occupava dei pasti di Nicola; la sua alimentazione dipendeva dalla nonna, fattore da tenere sempre in considerazione.
A questa età l’obiettivo è migliorare le scelte alimentari e il comportamento alimentare in attesa che l’altezza aumenti. Per valutare se un bambino o un ragazzo in età adolescenziale ha un peso adeguato per l’età o se è inferiore o in eccesso, viene calcolato il BMI che è il rapporto tra il peso e l’altezza. Se il peso rimane lo stesso e l’altezza aumenta, il BMI scende naturalmente fino ad arrivare nella fascia di normopeso e quindi di salute.
Gli obiettivi del percorso erano quelli di:
- mantenere il peso circa del valore iniziale aspettando che l’altezza e l’età aumentassero
- mantenere un buono stile di vita attivo
- educare la nonna nella preparazione di pasti adeguati dal punto di vista qualitativo e quantitativo.
Gli incontri si svolgevano periodicamente, a volte solo con Nicola per coinvolgerlo e renderlo parte attiva del cambiamento, a volte solo con i genitori, già sensibili alla corretta alimentazione, responsabili della colazione e delle merende, ma soprattutto con la nonna, l’unica incaricata del pranzo e della cena.
All’inizio del percorso la nonna era a dir poco scettica e spaventata che il nipote dovesse stare a “dieta”. Poi con il passare degli incontri ha capito che dieta vuol dire scegliere bene e migliorare lo stile di vita; non di certo patire la fame, “come aveva fatto lei da piccola”, mi disse una volta.
La nonna ha imparato a cucinare in modo sano, ha iniziato a proporre a Nicola pasti più bilanciati, ha capito che i “legumi sono come la carne”, che “non serve molto tempo per cucinare il pesce”...che si può mangiare sano e gusto allo stesso tempo!
Sono passati 2 anni circa dal primo incontro, Nicola è cresciuto, pratica sempre sport, mangia meglio, è normopeso….e anche la nonna è dimagrita di 10 chili!
…quando si dice TERAPIA FAMILIARE!]]></description>
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			<title>Dimagrire scoprendo se stessa</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Dimagrire scoprendo se stessa</strong><br />Ciao a tutti/e sono una ragazza di 23 anni e oggi voglio raccontarvi la mia storia che spero possa essere di aiuto a tutti coloro che decideranno di intraprendere un percorso di dimagrimento!!
La mia è una storia di lotta contro ansia, stress e paranoie che mi hanno cambiato molto come persona e come aspetto fisico! Ed è per questo che circa un’anno e mezzo fa ho deciso di intraprendere un percorso di dimagrimento per perdere quei kg di troppo che mi stavano tormentando! Su consiglio di un’amica mi sono recata dalla Dottoressa Erica.
Era la prima volta che mi recavo da una dietista e sinceramente non sapevo cosa aspettarmi, non sapevo che tipo di percoso avrei fatto e sopratutto come l’avrei affrontato, dato che la mia “amica” ansia mi ostacolava molto! 
Durante il primo appuntamento ci siamo conosciute e abbiamo stabilito le varie fasi del mio percorso e l’obiettivo finale: Perdere tot kg in sei mesi!!! 
Dopo che ho realizzato quanto era il mio peso ho avuto la giusta carica ed energia per affrontare il percorso, Erica mi ha suscitato subito molta fiducia e tutto ciò mi ha convinta che ce l’avrei fatta!! 
La dieta non è mai stata difficile d’affrontare, ho sempre seguito i consigli e le indicazioni che mi suggeriva. La parte più difficile è stata gestire il mio inconscio le mi ansie, stress, paranoie e l’eccessiva rigidità che hanno iniziato a farsi sentire sempre più via via che la dieta proseguiva. Le ho subito parlato e spiegato come mi sentivo e le azioni che questa carica d’ansia mi procurava: MANGIARE sopratutto fuori dagli orari stabiliti che stavo cercando di rispettare, queste azioni mi scatenavano altre ansie come il guardarmi allo specchio per paura di aver ripreso quei kg che avevo perso, di conseguenza anche un pranzo in famiglia era diventato un problema perché la rigidità aveva iniziato a farsi strada! Con Erica abbiamo preso subito la situazione in mano e ho iniziato a lavorare attraverso vari esercizi su me stessa! Ammetto che all’inizio non mi è stato facile sopratutto sconfiggere la rigidità ma per mia fortuna sono testarda e molto competitiva e la vittoria deve essere sempre la mia, con il passare delle settimane ho cominciato a piacermi, a guardarmi alle specchio e a dirmi cavolo ma quanto sono diventata bella??? Quanto sono cambiata??? Ma quanto mi piaccio???? Non avevo più bisogno di sentire e chiedere un’approvazione per sentirmi meglio e questa era la cosa più bella!!! Piano piano la rigidità si è trasformata in flessibilità e il mangiare di più non è diventato un ostacolo ma è diventato un piacere perché me lo potevo permettere dato che sono riuscita a perdere 18kg in sei mesi!!! 
Da questo percoso ho iniziato ad avere un rapporto sano ed equilibrato con il cibo, ho imparato ad avere una vita sana e ho iniziato a svolgere attività fisica!
Questo ultimo pensiero è dedicato a Erica che grazie al sostegno e alla fiducia che ha riposto in me mi ha aiutato a crescere interiormente e aver fatto si che il rapporto con il cibo non sia più un conflitto ma sia una rapporto sano! Grazie ancora ]]></description>
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			<title>LE DUE FACCE DELLO STESSO DISTURBO ALIMENTARE</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/le_due_facce_dello_stesso_disturbo_alimentare_11592112.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>LE DUE FACCE DELLO STESSO DISTURBO ALIMENTARE</strong><br />Ciao, ci ho messo un po’ di tempo per decidere di condividere quello che mi è successo ma forse ora ce la faccio o almeno lo spero, ho passato i 40 anni e per una vita ho convissuto con un disturbo alimentare anche se non me ne rendevo conto.
Sono da sempre stata una bambina sovrappeso, prendevo di nascosto le merendine dalla dispensa per poi nasconderne le carte in camera e quando mia mamma le trovava ero capace di negare e dire che non le avevo mangiate, mi vergognavo troppo per ammetterlo! Avrei voluto smettere ma proprio non ce la facevo! Mi sono sempre sentita presa in giro e derisa, a volte ero io a scherzare sulla mia stazza come per mettere le mani avanti e più volte ho riso alle battute degli altri sul mio peso anche se avrei voluto piangere; perché no, le battute sui ciccioni non mi fanno ridere e fanno stare male.
C’è un episodio in particolare che non scorderò mai ed è quando sono andata con le mie compagne di classe a scegliere l’abito per la prima comunione, io ed un&#039;altra bimba, anche lei robusta come me ci siamo sentite dire che il vestito scelto dalle altre bambine non era disponibile nella nostra taglia, quindi il nostro vestito era diverso da quello delle altre che sembravano delle piccole dame mentre noi due dei sacchi! Da sempre quando andavo in qualche negozio per fare acquisti mi sentivo dire che la mia taglia non c’ era e per questo mi sono trovata anche a far passare degli anni senza acquistare niente a meno che non fosse estremamente necessario.
Ho provato molto spesso a mettermi a dieta ma senza risultato, anche se seguivo un piano alimentare corretto non riuscivo a trattenermi a lungo, perdevo il controllo e mi abbuffavo così tornavo a mangiare come prima se non addirittura di più e riprendevo anche quei pochi kg che avevo perso con gli interessi.
Sono arrivata a pesare 128 kg e facevo fatica a fare qualsiasi cosa, non riuscivo nemmeno a salire le scale senza avere il fiato corto o ad allacciarmi le scarpe. Durante una gita a Gardaland, non sono riuscita a salire su alcune giostre insieme a mia figlia piccola, mi vergognavo tanto e da lì è scattato qualcosa nella mia testa ed ho detto basta, il cibo non deve controllare più la mia vita!
Ho preso un appuntamento con una nutrizionista e le ho detto che dovevo dimagrire a tutti i costi e che volevo una dieta molto ristretta perché forse se avessi visto risultati positivi fin da subito sarei riuscita a seguirla; devo dire che seguendo tutto quello che mi veniva detto iniziai a perdere peso, per la prima volta domavo le abbuffate e le persone mi facevano i complimenti ! Un sogno! Mi iscrissi in palestra e di testa mia iniziai a restringere sempre di più la mia dieta che divenne la mia ossessione, velocemente mi sono ritrovata a non mangiare carboidrati né grassi ed andavo in palestra tutti i giorni per 2.5/3 ore.
In questo periodo ero molto contenta perché il mio peso diminuiva molto velocemente, la dietologa mi mise in guardia e mi disse che se non avessi rallentato non mi avrebbe più potuta seguire….Ma io non potevo rallentare! Così come non ero capace un tempo di smettere di mangiare adesso non riuscivo a smettere di dimagrire! O tutto o nulla! Diventavo sempre più irritabile e le liti in famiglia erano all’ordine del giorno, avevo alcuni valori delle analisi del sangue sballati, perdevo i capelli e anche il ciclo mestruale si era sballato, il mio problema si era trasformato. Il cibo era ancora al centro dei mie pensieri e, anche se in una forma diversa, controllava sempre la mia vita.
A Maggio del 2019, sotto insistenza di mia sorella, mi sono decisa a vedere una psicoterapeuta. Da lì, piano piano, ho iniziato ad intraprendere la psicoterapia abbinata ad un percorso nutrizionale con un’altra dietista specializzata nel trattamento dei disturbi alimentari, perché di questo si trattava. Il disturbo alimentare era cambiato con il tempo e nella forma ma non nella sostanza perché la continua ossessione per il peso era sempre lì.
All’inizio avevo un po’ di paura perché pensavo che se avessi risolto il problema sarei tornata ad essere obesa e per me sarebbe stato un grande problema, ma ho deciso di fare questo esperimento ed infatti ho capito che non era così. A Settembre mi sono decisa a parlare in casa del mio problema, da lì il mio cammino è stato in discesa, per un po’ ho accettato che i miei familiari mi aiutassero nella gestione dei pasti e sempre mia sorella è stata un aiuto prezioso. È stato un lavoro impegnativo su più fronti, con la psicoterapia settimanale, con la dietista e con me stessa perché se non ti metti in gioco non ottieni niente.
Oggi è passato più di un anno dall’inizio del mio percorso, un anno molto intenso e sono molto contenta di essere arrivata qui, riesco per la prima volta in vita mia a mantenere una alimentazione regolare ed un peso stabile, allo specchio non mi vedo più rivoltante. So che devo stare attenta ai vari campanelli di allarme e quando mi rendo conto che c’è qualcosa che non va cerco di correggere il tiro, fiduciosa di saper utilizzare le strategie giuste.
 ]]></description>
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			<title>LA STORIA DI LUCIA &amp;euro;INSEGNAMI A MANGIARE&amp;euro;</title>
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			<description><![CDATA[<strong>LA STORIA DI LUCIA “INSEGNAMI A MANGIARE”</strong><br />Lucia è una giovane donna che si rivolge a me in modo specifico perché esperta di alimentazione intuitiva e disturbi alimentari, con la richiesta di insegnarle a mangiare. Al primo appuntamento esordisce con la frase “ Credo di avere un disturbo alimentare!”. Le chiedo cosa le faccia credere che abbia un disturbo alimentare; lei mi spiega che spesso salta i pasti e ha perso un po&#039; di peso e le capita di provare nausea verso il cibo a fine giornata. Dopo un’accurata anamnesi capisco che Lucia non ha un disturbo alimentare, la rassicuro perché era davvero preoccupata, ma un disordine alimentare: Lucia non era in grado di mettersi in connessione con i bisogni del suo corpo legati al cibo di soddisfare soprattutto la fame e la sazietà. Lucia lavora molto (il nuovo lavoro è molto impegnativo sebbene gratificante) e durante le ore di lavoro era talmente presa e concentrata sui suoi doveri lavorativi da disconnettersi completamente da tutto, saltava i pasti perché non sapeva quali erano i suoi segnali di fame, non li riconosceva e quindi per lei il suo corpo non avrebbe necessitato di cibo; se pranzava lo faceva con qualcosa trovato nella macchinetta a disposizione e subito a lavoro. Quando la sera Lucia tornava a casa provava senso di nausea e dolore di stomaco, segnale di fame estrema, ma che lei interpretava come “malattia” ma cercava comunque di mangiare qualcosa per non andare a letto a stomaco vuoto. Il percorso con Lucia è ormai concluso da qualche mese; è stato un percorso divertente in cui si è allenata a mettersi in connessione con i suoi segnali di fame e sazietà, abbiamo cercato strategie comportamentali funzionali, abbiamo sperimentato anche una parte della mindfull eating. Lucia adesso mangia serenamente, sa che mangiare è un atto di amore verso se stessa.  
]]></description>
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			<title>ALESSANDRA: TRA RESTRIZIONE, ABBUFFATA E METODI DI COMPENSO</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/alessandra_tra_restrizione_abbuffata_e_metodi_di_compenso_11566833.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>ALESSANDRA: TRA RESTRIZIONE, ABBUFFATA E METODI DI COMPENSO</strong><br />

“Buona Abbuffata anche a te”
Con la Pasqua alle porte è così che voglio iniziare questo racconto: una frase che da fuori suona normale, scherzosa perchè è tipico mangiare tanto per queste occasioni, come il Natale e la Pasqua...ma dentro certo persone può rimbombare per ore.
Un tempo forse anche io l’avrei fatta passare nella mia testa per ore perchè la parola abbuffata ricordava ogni mia crisi.
Per anni ho avuto un rapporto discontinuo con il cibo, ma in realtà non lo sapevo. Quando ci sei dentro non lo capisci, non sei lucida. O forse non gli davo molta importanza.
Dalla terza liceo in poi lo trovavo una consolazione, infatti ero ingrassata non ho mai toccato l’obesità ma avevo comunque le mie forme, le mie cosce, la pancia, ero bella in carne, e non è mai mancata la battuta di qualche amica/amico che faceva notare i chili in più.
Ma durante l’ultimo anno di triennale all’università qualcosa è cambiato, ho riniziato a fare attività fisica dopo tanti anni ed ho iniziato a mangiare meno. Dentro di me si stava innescando un meccanismo non sano: “l’esser magra a tutti i costi” mischiato a tantissima infelicità e insoddisfazione.
Fondamentalmente non mi piacevo; ma mentre perdevo sempre più chili, aumentava sempre di più il disprezzo verso me stessa, avrei cambiato ogni parte del mio corpo.
Ma poi qualcosa è ricambiato di nuovo: per mesi ho evitato qualsiasi occasione sociale, non ho mangiato la pizza (e cito questa perchè è una cosa a cui non avevao mai rinunciato fino a quel momento) per mesi, mi ero imposta delle regole, regole che per sfatarle mi sono serviti mesi di terapia.
Così un giorno il mio fisico non ne poteva più, ha ceduto, ed ho iniziato a mangiare l’impossibile.
Tutto quello che mi ero vietata per mesi l’ho ripreso con vari episodi di abbuffata. Finita l’abbuffata i sensi di colpa mi divoravano dentro, così ho iniziato anche ad usare lassativi e vomito per compensare il cibo che ingurgitavo nell’abbuffata. Ovviamente anche la palestra non mancava e arrivata ad andarci 7 giorni su 7.
Me ne vergognavo, non mi riconoscevo, ero una persona perennemente non soddisfatta e depressa.. ed ho toccato il fondo.
Un giorno ero al mare, venne a trovarmi una mia cara amica e mi fece notare che non ero più la persona di in tempo, non ero più la loro cara amica che non si faceva problemi per cene fuori e con il sorriso sulle labbra...quel sorriso che mi ha sempre contraddistinta non c’era più.
Crollai e mi consigliò di prendere in mano la situazione.
Dopo varie negazioni, decisi di andare dalla psicologa e dopo qualche settimana dissi a mia madre tutto. Penso sia stata una delle cose più difficili della mia vita.
Così ho iniziato il mio percorso ed ho conosciuto anche Erica.
Ci sarebbero mille sfumature da descrivere, episodi, motivazioni...ma ci vorrebbero troppe pagine, posso solo dire che ringrazierò tutta la vita la mia amica, Erica, la mia psicoterapeuta e mia madre.
Grazie a loro ho ricominciato a vivere.
Spero che questo mio racconto possa essere di aiuto per tantissime ragazze, per ricominciare e prendere atto di avere un problema e che si può risolvere.
Perchè preso il tempo si può risolvere con successo.

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