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			<title>PERCORSO DI INTUITIVE EATING</title>
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			<description><![CDATA[<strong>PERCORSO DI INTUITIVE EATING</strong><br />L’intuitive Eating (IE), in italiano Alimentazione Intuitiva, è quel modo di vivere il corpo, il cibo, il movimento e la salute senza essere condizionati dalla cultura della dieta e dai bias grassofobici. 
Ma cosa è la cultura della dieta?
Insieme di credenze sul cibo, peso e la salute che creano una serie di comportamenti disfunzionali con il cibo e attribuiscono ad esso un valore morale.
L’IE è uno strumento scientifico all’interno del paradigma HAES (“Health at Every Size”) che ha l’obiettivo di promuovere il benessere indipendentemente dal peso. Il percorso di IE si sviluppa in 10 punti ed è adatto a tutte le persone che hanno una buona consapevolezza interocettiva e risorse ambientali adeguate. L’IE si inserisce nella cornice degli approcci inclusivi e non prescrittivi sul peso e sull’alimentazione; non prevede obbedienza da parte della persona ma la relazione terapeutica è bilanciata. 
Uno dei concetti predominanti dell’IE è che la la salute non dipende solo dall’alimentazione; mentre gli approcci classici prescrittivi considerano gli alimenti un potente farmaco tralasciando altri determinanti della salute, per l’IE la salute è in realtà uno spettro ampio composto da infinite variabili, non solo dall’alimentazione.
L’Intuitive Eating è un viaggio di esplorazione personale in ambito alimentare con soste e tempistiche diverse che variano da percorso a percorso. Tutte le persone nascono in grado di mangiare intuitivamente ma intervengono fattori che interferiscono sull’ascolto e sulla fiducia; in questo scenario l’IE è un processo di decostruzione, ascolto e ricostruzione di un rapporto libero con il cibo rimuovendo le interferenze della cultura della dieta.
I 10 principi dell’IE:
PRINCIPIO UNO – RIFIUTA LA CULTURA DELLA DIETA
Oserei dire che questo è il principio più difficile da comprendere, da condividere, da interiorizzare e da attuare nella società in cui viviamo ma è indispensabile per diventare un vero mangiatore intuitivo. 
Immagino che la maggior parte delle persone che mi segue sappia cosa sia la cultura della dieta; per coloro che hanno iniziato a seguirmi da poco faccio una breve spiegazione, perché per comprendere questo principio c’è bisogno di conoscere l&#039;altra faccia della medaglia ovvero la diet culture. 
La cultura della dieta è l’insieme di credenze sul cibo, sulla salute, sul peso e sul corpo originate dall’esaltazione della magrezza; la cultura della dieta pubblicizza comportamenti e pensieri disfunzionali nei confronti del cibo, del peso e del corpo. La dieta viene vista come la soluzione ad un disagio verso il peso, verso il corpo e come unico mezzo per ottenere salute. Questa visione alterata della realtà, dello stato dei fatti, comporta l’attuazione di regole alimentari, comportamenti compensatori, dà valore molare al cibo, costruisce il valore della persona unicamente sulla forza di volontà di perdere peso e seguire questi comportamenti. La verità è che, sebbene le diete vengano spacciate come l’unica alternativa risolutiva, non funzionano. Meno del 20% delle persone che completano un percorso di dimagrimento e/o gestione del peso mantengono il peso perso a un anno dalla conclusione del percorso e la percentuale diminuisce il secondo anno. Perché? Perché il seguire questo tipo di alimentazione (dieta dimagrante) implica un controllo serrato di cosa e quanto mangiare, restringe le possibilità di varietà e libertà di assecondare i segnali di fame, sazietà e piacere di mangiare, condizioni non mantenibili a lungo termine. Inoltre sono rigidamente focalizzate sul peso perso dando valore al numero sulla bilancia; il successo dipende dai chili persi e dal costo esasperato di raggiungere un peso non naturale e non sostenibile a lungo termine, dando il via ad una nuova diversa dieta. 
Condividere il 1° principio significa quindi essere consapevoli che a non funzionare non siete voi, non siete voi che non sapete seguire una dieta ma è la dieta il problema, è la dieta che non è sostenibile. Le diete non funzionano. Punto. 
Al contrario l’IE si inserisce nella cornice degli approcci inclusivi per cui è un approccio non prescrittivo, non prevede obbedienza ma è un approccio in cui la relazione terapeutica è bilanciata, non è un metodo prescrittivo/impositivo, non è focalizzato sulla perdita di peso.
Chi decide di intraprendere un percorso di IE è nauseato dalla cultura della dieta, è stanco di stare dieta, vuole ritrovare il mangiare in modo spensierato e intuitivo.
 
PRINCIPIO DUE – RISPETTA LA FAME 
Il secondo principio dell’alimentazione intuitiva è “rispetta la tua fame”. Per chi è un mangiatore intuitivo questo principio può sembrare superficiale (ovvio che bisogna mangiare quando si sente la fame) ma per chi è sottoposto alle regole della cultura della dieta e ha seguito per molto tempo diete, il soddisfacimento di questo bisogno può essere profondamente condizionato da molte interferenze. 
La fame è un segnale corporeo che annuncia un bisogno, come la spia della benzina della macchina si accende quando essa finisce, la fame si attiva quando le energie del nostro corpo sono carenti; la fame è regolata da innumerevoli meccanismi endocrinologici, neurologici, meccanici e non è un segnale on/off ma si manifesta gradualmente attraverso vari segnali lungo tutto il corpo. Il soddisfacimento della fame si realizza attraverso un processo, dal riconoscimento del segnale alla risposta di mangiare. Durante questo processo possono esserci innumerevoli interferenze dettate dalla cultura della dieta o di altri tipi di meccanismi che ostacolano il processo di risposta.
 
PRINCIPIO TRE – PERMESSO INCONDIZIONATO DI MANGIARE/FAI PACE CON IL CIBO
L’obiettivo di questo principio è quello di eliminare la restrizione dietetica cognitiva ovvero il tentativo (che in certi casi si trasforma anche in dato di fatto) di restringere l’alimentazione eliminando certi alimenti dalla propria dieta (senso greco del termine). Ormai lo sappiamo bene che la privazione porta alla perdita di controllo sul cibo; ad esempio eliminare un certo alimento dall&#039;alimentazione innesca pensieri ossessivi su di esso con la conseguente abbuffata. Fare pace con il cibo significa considerare i cibi come fonte di nutrimento per il corpo e la mente senza alcun significato morale.
Il percorso di Intuitive Eating accompagna la persona nell’esplorazione di questo meccanismo restrittivo con lo scopo di raggiungere la libertà di mangiare incondizionatamente.  
 
PRINCIPIO QUATTRO – SFIDA IL GIUDICE INTERNO 
Questo principio poco si discosta dal precedente; si focalizza in particolare sul riconosce le false credenze sul cibo che generalmente si manifestano come regole che la persona deve seguire il più possibile. Immaginate un giudice interno che vi giudica su come mangiate. Le regole sono un altro modo con il quale si manifesta la restrizione dietetica cognitiva che vi spiegavo nel principio precedente. 
 
PRINCIPIO CINQUE – ESPLORA LA TUA SAZIETÀ
La sazietà, come la fame, si esplicita attraverso un processo che parte dal riconoscimento dei segnali, per passare dall’ascolto dei segnali, dalla fiducia verso il proprio corpo fino alla risposta vera e propria cioè smettere di mangiare. La sazietà come la fame non è un segnale on-off ma si manifesta attraverso varie sfumature più o meno piacevoli.
Anche la sazietà come la fame può essere compromessa da interferenze dettate da:
- cultura della dieta, ad esempio quando ci viene imposto, dall’esterno o da noi stessi, di mangiare solo certe quantità nonostante non ci sentiamo sazi;
- interferenze di altro genere come stato emotivo, tempo, ambiente ecc.
Il percorso di intuitive eating serve a connettersi con i propri segnali di sazietà, identificare le interferenze e trovare strategie per asseconda questo bisogno nel modo più incondizionato possibile.
 
PRINCIPIO SEI – IL PIACERE DI MANGIARE
Tra i bisogni legati al cibo, oltre a rispettare la fame e la sazietà, prende posto anche il rispetto verso il piacere di mangiare. Si, proprio così, mangiare per piacere fa parte di questi 10 principi verso una modalità intuitiva di mangiare. Mangiare per piacere è altrettanto importante di mangiare per nutrimento; mangiare per piacere, anche se non fi ha fisicamente fame, è legittimo!
La cultura della dieta ci instilla il pensiero che sia sbagliato mangiare per piacere, che il piacere debba essere meritato, che mangiare per piacere sia sbagliato (sgarro), che mangiare per piacere non sia sano...ve ne vengono in mente altre? Chissà da dove proviene questa direzione di pensiero...che sia tutta colpa di Eva?
La nostra salute dipende da tantissime variabili, anche dal benessere psicologico...difficile essere felici senza provare piacere, anche nel cibo!
Quindi soddisfare il bisogno di sentirci appagati con il cibo è evolutivamente normale! 
Ci sono casi in cui la connessione tra cibo e piacere può essere problematica? Potrebbe. 
 
PRINCIPIO SETTE – NORMALIZZARE IL LEGAME TRA CIBO ED EMOZIONI
Cibo ed emozioni sono naturalmente collegati! È un legame articolato e complesso. Il cibo è un’ottima soluzione per regolare le emozioni e, ad eccezioni di alcune situazioni, non è un problema!
Quando si può parlare di mangiare emotivo o emotional eating? Quando il cibo è usato per regolare il volume delle emozioni. Può succedere che il corpo non abbia bisogno di energia e nutrienti ma sentiate la necessità di modulare una certa emozione mangiando qualcosa; questa sensazione pertanto non può essere chiamata fame; mangiare è funzionale per gestire un malessere, il cibo diventa uno strumento di modulazione emotiva. Esistono casi in cui il mangiare emotivo può diventare un problema? Si. Se mangiare è l’unica soluzione che conoscete e che mettete in atto per modulare questa emozione o se fate fatica a riconoscere l’emozione e a starci dentro…
La situazione si complica se l’emozione negativa è invece generata dal cibo: ad esempio se dopo aver mangiato qualcosa sentite un&#039;emozione spiacevole. In questo ultimo caso la causa e la conseguenza si sono invertite. Qui ci mette lo zampino, ancora una volta, la cultura della dieta che attraverso regole e giudizi provoca emozioni negative quando la persona infrange queste regole, mangia qualcosa di proibito o mangia per regolare le emozioni. 
 
PRINCIPIO OTTO – RISPETTA IL TUO CORPO
Molte persone riferiscono di essere preoccupate verso il proprio corpo; questa preoccupazione può essere condizionata dalla società in cui viviamo, che mette costantemente sotto inquisizione la forma del corpo, oppure può essere condizionata da vissuti personali. Qualsiasi sia l’origine del disagio, la preoccupazione verso il proprio corpo può innescare pensieri e comportamenti disfunzionali e la marginalizzazione di alcune aree della vita che a loro volta automantengono il circolo. 
In moltissimi casi la dieta viene vista come la risoluzione di questo disagio, come la via di uscita da questo circuito; la verità è che la risoluzione non sta nella perdita del peso, che non è necessariamente associata al miglioramento dell’immagine di se, ma all’esplorazione dei meccanismi disfunzionali che automantengono il disagio verso il corpo e alla loro disattivazione imparando a trattare il corpo con rispetto senza essere condizionati dalla cultura grassofobica.
 
PRINCIPIO NOVE – IL MOVIMENTO
Il movimento fa bene, è risaputo, indipendentemente dal peso: fa bene al corpo (apparato cardiocircolatorio, tessuto osseo…) fa bene alla mente (svago, senso di libertà mentale, socializzazione se viene fatto in gruppo…). 
Il movimento non è solo sinonimo di sport ma comprende anche le attività quotidiane che necessitino del movimento del corpo per essere compiute. 
Il movimento però, nella società odierna della cultura della dieta, viene troppo spesso utilizzato con l’unico scopo di dimagrire e cercare di modificare le forme del corpo, diventando un dovere morale piuttosto che un mezzo di piacere. 
Il percorso di intuitive eating aiuta a conoscere il movimento come fattore di protezione personale, a conoscere gli ostacoli personali e sistemici ad una vita attiva, a disconnettersi dal concetto di movimento inteso dalla cultura della dieta, ad imparare ad integrare il movimento nella vita quotidiana senza alcun giudizio e regola, ad imparare a sostituire liberamente il movimento con altre attività piacevoli e vantaggiose, a mettersi in contatto con i segnali psico-fisici del fare o non fare movimento. 
 
PRINCIPIO DIECI – EDUCAZIONE ALIMENTARE POSITIVA
Oltre al termine “educazione alimentare” le autrici hanno aggiunto “positiva” che fa la vera differenza. L’educazione alimentare positiva comunica un&#039;alimentazione che sia di benessere in relazione ai valori della persona, fornisce gli strumenti per fare scelte autodeterminate, si basa sulle evidenze scientifiche non condizionate dalla cultura della dieta in modo inclusivo e non focalizzato sul peso, tenendo ben presente che lo stato di salute di ogni persona non è determinato solo ed esclusivamente da ciò che mangia. 
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			<title>COSA VUOL DIRE "STARE A DIETA"?</title>
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			<description><![CDATA[<strong>COSA VUOL DIRE &quot;STARE A DIETA&quot;?</strong><br />Purtroppo oggigiorno siamo bombardati da false e fuorvianti informazioni a proposito del concetto di dieta; basta girare il internet, leggere qualche rivista, ascoltare la televisione. Sempre più spesso a dispensare informazioni e consigli alimentari sono falsi esperti, che non hanno alcun titolo di studio in ambito alimentare, ma che magari lo fanno solo per business e per sentito dire; la maggior parte deriva dal mondo delle catene di network marketing, pensiamo inoltre ai personal trainer nelle palestre, alle estetiste, agli sconosciuti che pubblicizzano miracoli sul mondo aperto e libero di facebook, agli specialisti immorali...!!! La cultura della dieta in cui siamo immersi fomenta l’esaltazione della magrezza e denigra i corpi grassi, identifica la salute nella magrezza e la malattia nei corpo grasso, sostiene approcci al cibo rigidi e restrittivi togliendo alla persona l’innata capacità di ascoltare in modo intuitivo i propri bisogni.
Questa situazione induce in confusione la maggior parte delle persone.
Negli ultimi decenni, infatti, alla parola “dieta” è stato associato un valore esclusivamente dimagrante e restrittivo, che esclude totalmente le altre importanti ed indispensabili parti integranti che consolidano il suo vero significato.
Il termine “dieta”significa semplicemente «modo di vivere» (dal greco diaita) cioè avere uno stile di vita rivolto al benessere psico-fisico della persona, attraverso l’adozione di abitudini utili e funzionali nei confronti del comportamento alimentare, della qualità e della quantità degli alimenti e del movimento e dell’ascolto dei propri bisogni legati al cibo (fame, sazietà e piacere).
L’approccio migliore a tal fine è, quindi, il percorso di Intuitive Eating che ha come primario obiettivo quello di permettere alla persona di scegliere di poter diventare consapevole dei segnali di fame-sazietà e artefice attiva e co-terapeuta nella costruzione della propria identità alimentare. Ciò permette di inglobare le nuove abitudini alimentari e comportamentali nel nuovo e migliore stile di vita e di mantenerle per il resto della vita, compresi tutti gli annessi benefici. Questo concetto vale sia per gli adulti che per i bambini e gli adolescenti: soprattutto quando si parla di età evolutiva, sono gli adulti a dare l&#039;esempio ai più piccoli! Le abitudini forgiate in età evolutiva, saranno quelle tramandate in età adulta, con le rispettive conseguenze sulla salute!
Quando dico benefici non mi riferisco solo al peso (che è solo un numero, un dato clinico) ma considero lo stato di salute generale della persona che dipende, piuttosto, da innumerevoli determinanti.]]></description>
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			<title>ECCESSO DI PESO IN ETA' EVOLUTIVA: CHE FARE?</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/eccesso_di_peso_in_eta_evolutiva_che_fare_11548471.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>ECCESSO DI PESO IN ETA&#039; EVOLUTIVA: CHE FARE?</strong><br />“Dottoressa mio figlio non mi mangia”
“Guarda quanto mangia quel bambino,fa proprio gusto”
“Che belle guance paffute, si vede che mangia tanto tuo figlio, bene!”
E’ capitato a voi di sentire frasi simili? A me, purtroppo, troppo spesso.
Voglio fare luce su un argomento importante in età pediatrica, l’obesità. Tanta preoccupazione se i bambini mangiano poco, troppo poca preoccupazione se i bambini mangiano troppo.
L’obesità in età evolutiva, pensate, è stata definita “l’epidemia del terzo millennio”, ed è stato coniato, a tal proposito, il neologismo “globobesity”, in quanto negli ultimi anni si è verificato un incremento molto rilevante della prevalenza di eccesso ponderale in età evolutiva su scala mondiale, anche nei Paesi con tassi di sovrappeso e obesità tradizionalmente bassi, come i Paesi in via di sviluppo.
In Italia, la prevalenza di sovrappeso e obesità è del 36%, di cui il 23,6% sovrappeso e il 12,3% obesi; ciò significa che 4 bambini su 10 sono in eccesso di peso. Per concretizzare con un esempio di vita quotidiana, è probabile che in una classe scolastica, magari quella di tuo figlio, almeno 8 bambini siano in eccesso di peso.
Perché l’obesità, anche in età evolutiva, è un fattore allarmante per la salute? Quali sono le complicanze sulla salute? Purtroppo, le stesse che si presentano in età adulta: ipertensione, alterazione della glicemia e dell’insulinemia, ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, fegato grasso, alterazioni a livello osseo, sviluppo puberale precoce, problematiche psicologiche, bullismo, disturbi del comportamento alimentare... solo per citarle alcune. La peggiore complicanza è però che i bambini e gli adolescenti in eccesso di peso, saranno adulti in eccesso di peso; i dati ci dicono che il 40% dei bambini e il 60-80% degli adolescenti con obesità, avranno obesità da adulti, con tutte le allarmanti complicanze sulla salute corporea e psicologica che ne consegue. Il problema, se non si interviene per tempo, rischia di perpetuarsi.
Quali sono le cause? L’obesità in età evolutiva è solo per il 2% associata a sindromi genetiche e solo nell’ 1,5% è correlata ad anomalie endocrine, mentre il 96,5% dei casi è di tipo “essenziale”, cioè legato alle malsane abitudini alimentari in cui il bambino vive.
Ad esempio, in concomitanza con l’epidemia di obesità verificatasi nelle ultime decadi, è stato osservato l’aumento del numero di ore trascorse in attività di tipo sedentario, come guardare la televisione, giocare al computer e con i videogiochi e navigare in Internet; è stato osservato un cambiamento delle abitudini nutrizionali della famiglia in senso negativo, come saltare la colazione al mattino, consumare pasti fuori casa, consumare “junk-food” o cibi spazzatura e pronti in anticipo, l’incremento degli alimenti con materie prime raffinate, poca frutta e verdura. È stata vista una correlazione tra abitudini alimentari dei genitori e abitudini alimentari dei genitori.
Cosa fare allora? Prevenire!...prevenire, e se l’eccesso di peso è già in atto, agire, agire al più presto! La strategia in questa fascia di età è sicuramente l’intervento educativo di tutta la famiglia e di tutte le persone che gravitano intorno al bambino. Il coinvolgimento attivo del nucleo di accudimento è fondamentale per la buona riuscita del trattamento. Il bambino è un soggetto profondamente connesso, integrato e dipendente al proprio ambiente familiare, scolastico ecc.
Pensate, “chi fa la spesa a casa? Chi cucina? Chi da la merenda per lo spuntino mattutino a scuola?”. Sarebbe un errore pensare di condurre il bambino verso un corretto stile di vita senza che questo venga adottato da tutta la famiglia o che fosse adottato senza convinzione e solo per “il bene del bambino”. Il bambino non deve sentirsi “diverso” per quanto e quello che mangia! Gli adulti per primi è giusto che diano il buon esempio!
Tale approccio di integrazione presenta numerosi vantaggi: può essere protratto nel tempo, da tutti; favorisce la perdita del peso in modo graduale e senza particolari rinunce o motivi di ansia; favorisce il mantenimento del peso raggiunto e i benefici ad esso correlati per l’acquisizione di buone abitudini alimentari e comportamentali da parte del bambino, che sarà in grado di attuarle naturalmente da solo in futuro; è strumento di prevenzione e terapia delle complicanze dell’eccesso di peso presenti già in età pediatrica (ipertensione, diabete, patologie CV…); rende il bambino attivo nei riguardi dell’alimentazione. C’è da dire che in età evolutiva la strategia elettiva, se l’eccesso di peso non è così elevato, è quella di educare al corretto stile di vita senza perdita di peso, nell’attesa che il bambino aumenti in altezza; questo permette di rientrare nei percentili di peso idonei in modo naturale. Intervenire il prima possibile, prima dello sviluppo puberale, facilita di molto l’intervento.
Il trattamento deve essere come un’impronta digitale cioè specifico e relativo al caso individuale, rispettando le tempistiche ragionevoli per raggiungere gli obiettivi. Il “tutto e subito”, dettato da restrizioni e rinunce, soprattutto in questa fascia di età, non funziona, anzi, è controproducente; il rischio è di sviluppare fin da piccoli un rapporto morboso con il cibo. Assolutamente da evitare!!!
Adottare con convincimento un buono stile di vita da parte del piccolo e di tutta la famiglia, vuol dire proseguire tale convinzione per tutta la vita e beneficiare totalmente dei suoi vantaggi futuri.
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			<title>IL FALSO MITO DELLE DIETE</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/il_falso_mito_delle_diete_7828564.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>IL FALSO MITO DELLE DIETE</strong><br />Durante la mia esperienza formativa e lavorativa ho sperimentato concretamente che consegnare ai pazienti, fin da subito, uno schema dietetico scritto, seppur personalizzato, è inefficace ai fini di far sviluppare nella persona interessata quella sana e necessaria responsabilità e consapevolezza verso se stessi e verso la scelta di migliorare il proprio stile di vita.
È molto difficile cambiare in modo radicale e improvviso le proprie abitudini alimentari scorrette in abitudini più salutari, attraverso la sola prescrizione dello schema dietetico personalizzato e equilibrato, anche per le persone più volenterose e determinate, e altrettanto difficile è mantenerle nel tempo.
Spesso succede che all’inizio tutto proceda secondo quanto stabilito, perché la determinazione iniziale è rafforzata dalla perdita di peso immediata e dai primi evidenti risultati ottenuti; con il passare del tempo, però, la persona può perdere la disposizione a continuare, perché il vero significato della parola “dieta” viene messo in secondo piano dalla predominante concentrazione sullo schema alimentare prescritto: una vera e propria sottomissione ad un ridicolo foglio di carta e alla bilancia alimentare.
Questo è ampiamente dimostrato anche in letteratura; se qualsiasi dieta effettivamente avesse mantenuto tutte le promesse, l’epidemia di obesità sarebbe stata curata anni e anni fa, mentre in Italia 4 milioni di individui sono obesi e oltre 15 milioni sono in sovrappeso e la prevalenza di eccesso ponderale nei bambini italiani è il 36% (di cui il 23,6% sovrappeso e il 12,3% obesi).
Le diete sono cosi tanto efficaci nel tenere sotto controllo il peso, che circa il 95% delle persone che le provano, finisce per essere, solo un anno dopo, con lo stesso peso di prima, se non di più.
Le diete falliscono per vari motivi interconnessi:

la privazione del cibo induce a desiderarlo e infine costringe a mangiare;
le diete che prevedono conteggi di calorie o carboidrati o qualsiasi altra dieta alimentare fanno si che il cibo diventi un ossessione. Stare continuamente a combattere la fame, il continuo rimando al cibo, sono a dir poco traumatici;
stare a dieta vi allontana dalle normali sensazioni di fame e sazietà;
le diete trasformano il normale cibo in frutto proibito, e chi riesce a resistere?
molte diete privano di nutrienti fondamentali. Ciò a lungo termine può provocare diversi danni fisici se non mollate prima;
sono complicate  e laboriose da seguire.

  
Qualsiasi dieta basata sulla restrizione finisce per fallire, questo perché durante una dieta la forza di volontà non può permanentemente combattere e vincere il desiderio di mangiare. Le diete strettamente alimentari si concentrano solo sul cibo e ciò porta inevitabilmente e costantemente a pensare alle pietanze che non possono essere mangiate. Se è presente una straordinaria forza di volontà si può vincere il desiderio per un certo periodo di tempo, ma è impensabile farlo per tutta la vita; cosi alla fine si torna alle vecchie e negative abitudini, recuperando il peso perso. Il risultato??? Cercare di non pensare al cibo quando si ha fame è impossibile. E pensare al cibo induce ad una cosa: MANGIARLO!!!
 
Per assicurarci un sufficiente apporto di cibo, 
la natura ci ha donato il senso della fame e della sazietà.
 
Il problema è che lo stimolo della fame viene stravolto dalla dieta, cioè dall’imposizione di mangiare limitate quantità di cibo solo in determinati momenti della giornata e dall’eliminare alcuni alimenti; alla fine entrano in gioco una serie di veterane e negative abitudini che fanno in modo che la vera fame, quella fisiologica, sia sostituita dalla falsa “fame”, quella delle emozioni, quella degli incontrollabili impulsi alle abbuffate, quella del condizionamento sociale…
Quando viene fatta la dieta, il peso corporeo viene scrupolosamente controllato ignorando completamente i segnali interni, innati e fisiologici del corpo di fame e di sazietà; i segnali esterni, come la tabella alimentare, la bilancia, il libro che dice cosa deve essere e cosa non deve essere mangiato, diventano i punti di riferimenti più importanti.
La lampante realtà è che non sono le persone che non riescono a seguire le diete ma sono le diete a tradire le persone, perché il comportamento che inducono va inevitabilmente contro la natura umana e il suo bisogno di essere nutrita, innescando un controproducente e dannoso circolo vizioso che abbraccia sia il corpo che la mente!!!
 
  
 
                                                                 ]]></description>
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			<title>MODALITA'</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/modalita_11604311.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>MODALITA&#039;</strong><br />Le visite possono essere sia in presenza presso gli studi dove ricevo, sia tramite videoconsulenza in base alle necessità del cliente.
La videoconsulenza ha la stessa rilevanza dell’appuntamento di persona; è richiesto un collegamento ad internet, un computer, una situazione di comfort e di privacy per il tempo necessario all’appuntamento. La tipologia del percorso, che venga svolgo di presenza o online, è il medesimo; rispetto alla consulenza in studio, cambia la modalità di incontro, ma l’accoglienza e l’attenzione alla persona è la stessa.
Il pagamento viene effettuato prima dell’appuntamento tramite bonifico e una volta ottenuta la ricevuta di pagamento verrà effettuata regolare ricevuta sanitaria scaricabile.
Ecco qualche buon motivo per cui scegliere una consulenza online:
- se hai necessità di orari più flessibili per esigenze personali o lavorative;
- abiti lontano ma comunque desideri essere seguito dalla mia figura professionale;
- sei impossibilitato ad uscire di casa.]]></description>
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		<item>
			<title>SERVIZI E COLLABORAZIONI</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/servizi_e_collaborazioni_7814517.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>SERVIZI E COLLABORAZIONI</strong><br />Mi rivolgo a bambini, adolescenti e adulti.
 - Persone con DISTURBI DELLA NUTRIZIONE E DELL’ALIMENTAZIONE che necessitino dell&#039;intervento di una dietista specializzata per ritrovare il proprio equilibrio nutrizionale e comportamentale; inoltre, mi rivolgo ai genitori, ai familiari, ai fidanzati o agli amici di persone con sospetto o accertato Disturbo del Comportamento Alimentare che necessitino di consigli specialistici finalizzati non solo all&#039;acquisizione delle principali informazioni legate al Disturbo in questione, ma anche ad avere suggerimenti relativamente a quale possa essere il più adeguato approccio nei confronti della persona cara che ne soffre
 - Persone che vogliono fare pace con il cibo e il corpo attraverso un percorso di INTUITIVE EATING 
 - Persone che, dopo un’accurata valutazione e in uno stato di piena autoderminazione incondizionata dalla cultura della dieta scelgono di intraprendere un percorso di PERDITA E MANTENIMENTO DEL PESO 
 - Persone con patologie per cui sia necessaria una DIETOTERAPIA (diabete, allergie, intolleranze, patologie renali…) e persone in CONDIZIONI FISIOLOGICHE (gravidanza, menopausa, svezzamento…)
 - GENITORI che necessitino di indicazioni, supporto, guida per poter gestire l&#039;alimentazione della famiglia e dei propri figli nel modo più adeguato alla loro fase di crescita
 - Percorsi di GRUPPO di Intuitive Eating e Mindful Eating]]></description>
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			<title>IL PERCORSO</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/il_percorso_7814539.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>IL PERCORSO</strong><br />IL PERCORSO
 Il primo appuntamento ha una durata di circa 1 ora è indispensabile per inquadrare la situazione generale della persona, il suo stile di vita e la presenza di eventuali patologie correlate all’alimentazione.
Viene approfondita:
- Anamnesi personale patologica prossima e remota come la presenza di eventuali patologie, fondamentale per poter approfondire l’aspetto alimentare ad esse correlate, per favorire il miglioramento o la stabilità della condizione patologica in associazione ad eventuali terapie farmacologiche o naturali;
- Anamnesi familiare patologica per valutare il rischio di patologie e se necessario approfondire con opportuni esami;
- Anamnesi personale fisiologica (menarca, ritmo sonno-veglia, diuresi, alvo ecc…);
- Anamnesi dello stile di vita che approfondisce le abitudini verso il movimento, l’alimentazione e il comportamento alimentare.
- Esame obiettivo (peso, altezza e, se necessario, la composizione corporea).
Al primo appuntamento vengono approfondite le esigenze del cliente e viene definita insieme, in base alle informazioni riportate, la struttura del percorso e gli obiettivi; inoltre viene concordato l’orario e la frequenza degli appuntamenti successivi che varia molto in base alla situazione.
 GLI INCONTRI SUCCESSIVI
Gli incontri successivi hanno una durata di circa mezz’ora e una frequenza che viene stabilita in accordo alla persona in base al contratto terapeutico concordato.
Gli appuntamenti successivi hanno lo scopo di approfondire i successi ottenuti rinforzando positivamente il cambiamento e la motivazione della persona e di valutare insieme eventuali problematiche da risolvere con opportune strategie alimentari e comportamentali. 
MODALITA’ 
Le visite possono essere sia in presenza presso gli studi dove ricevo, sia tramite videoconsulenza in base alle necessità del cliente. 
La videoconsulenza ha la stessa rilevanza dell’appuntamento di persona; è richiesto un collegamento ad internet, un computer, una situazione di comfort e di privacy per il tempo necessario all’appuntamento. La tipologia del percorso, che venga svolgo di presenza o online, è il medesimo; rispetto alla consulenza in studio, cambia la modalità di incontro, ma l’accoglienza e l’attenzione alla persona è la stessa.
Il pagamento viene effettuato prima dell’appuntamento tramite bonifico e una volta ottenuta la ricevuta di pagamento verrà effettuata regolare ricevuta sanitaria scaricabile.
Ecco qualche buon motivo per cui scegliere una consulenza online:
- se hai necessità di orari più flessibili per esigenze personali o lavorative;
- abiti lontano ma comunque desideri essere seguito dalla mia figura professionale;
- sei impossibilitato ad uscire di casa.
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			<title>TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE DELL&amp;euro;ECCESSO DI PESO DI GRUPPO</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/terapia_cognitivo_comportamentale_dell_eccesso_di_peso_di_gruppo_11540885.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE DELL’ECCESSO DI PESO DI GRUPPO</strong><br />Comunemente, quando si pensa di dimagrire o di iniziare un cambiamento dello stile di vita, si pensa ad una terapia individuale. Vis a vis con il dietista. In questa era che persegue la terapia personalizzata, è preferibile che i pazienti siano trattati individualmente. Questo permette di focalizzare l’attenzione su un percorso personalizzato, con tempistiche e modalità in base allo specifico caso.
Tuttavia questo non è sempre fattibile, perché i costi del trattamento individuale possono superare le possibilità finanziarie del paziente e/o del fornitore dell’assistenza sanitaria. Inoltre il numero di pazienti con obesità aumenta di anno in anno, e in alcune aree la domanda di trattamento supera in modo significativo la disponibilità di terapeuti adeguatamente formati.
Fortunatamente esiste un’altra valida strategia che sta prendendo campo ultimamente: la terapia di gruppo. 
Il trattamento dell’eccesso di peso in gruppo ha potenziali vantaggi e svantaggi rispetto all’intervento individuale
VANTAGGI RISPETTO ALLA TERAPIA INDIVIDUALE 
- Costi inferiori
- Rendono accessibile un trattamento basato sull’evidenza ad un maggior numero di persone
- Supporto sociale
- Competizione salutare
- Apprendimento attraverso l’osservazione degli altri
- Sviluppo di uno «stato mentale di gruppo»
SVANTAGGI RISPETTO ALLA TERAPIA INDIVIDUALE
- Influenza negativa di alcuni partecipanti che può incidere sulla motivazione e l’aderenza di altri membri
- Difficoltà ad affrontare alcuni problemi psicologici che possono interferire con il trattamento: difficoltà interpersonali marcate, intolleranza alle emozioni, bassa autostima
- Lista d’attesa (il tempo necessario per reclutare 8-10 partecipanti): se superiore ai tre mesi, rischio di maggiore tasso di drop-out nella prima fase del trattamento 
La terapia proposta si basta sulla CBT-OB cioè sulla terapia cognitivo comportamentale. La vera differenza nella terapia dell’obesità la fa la terapia cognitivo comportamentale che è stata ideata per fornire al paziente un insieme di principi e tecniche per migliorare l’aderenza alla dieta e all’attività ﬁsica. Il trattamento è basato su due principi generali dell’apprendimento (comportamentismo):
- I comportamenti implicati nello sviluppo dell’obesità (alimentazione ec- cessiva e scarsa attività ﬁsica) sono in parte appresi e perciò possono essere modiﬁcati attraverso l’educazione.
- L’alimentazione e l’attività ﬁsica possono essere cambiate modiﬁcando gli stimoli ambientali (antecedenti) e le conseguenze (rinforzi).
Le tecniche usate includono procedure comportamentali (monitoraggio dell’alimentazione e tecniche per il controllo degli stimoli ambientali a mangiare, ad esempio) e procedure cognitive.
L’efﬁcacia del trattamento dell’obesità basato sulla modiﬁcazione dello stile di vita è stata ampiamente valutata dalla ricerca. I risultati che il trattamento riesce a ottenere a breve medio termine sono soddisfacenti: in media l’80% circa degli individui ottiene una perdita di peso del 10% in circa sei mesi: una quantità di perdita di peso che soddisfa il criterio di successo (cioè, una riduzione del 5-10% in peso iniziale) proposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questa riduzione del peso è associata a una notevole riduzione di incidenza del diabete di tipo 2, delle comorbilità mediche peso-correlate (ad esempio, apnee del sonno, diabete, ipertensione, dislipidemia), delle problematiche psicosociali peso-correlate (ad esempio, depressione, immagine del corpo) e della qualità della vita. 
Il problema principale dei programmi standard di modiﬁcazione dello stile di vita è il mantenimento del peso perso. I pazienti di solito recuperano circa il 30-35% del loro peso perso nel trattamento nell’anno successivo. 
Tuttavia, i programmi di nuova generazione che hanno incluso speciﬁche procedure per prevenire il recupero del peso, hanno dimostrato un buon mantenimento del peso corporeo perduto anche dopo quattro anni grazie all’acquisizione da parte del paziente di specifiche abilità di mantenimento del peso raggiunto.
 
Fonte: Riccardo dalle Grave]]></description>
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			<title>Il disturbo evitante/restrittivo dell&amp;euro;assunzione del cibo: ARFID</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/il_disturbo_evitante_restrittivo_dell_assunzione_del_cibo_arfid_11564439.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo: ARFID</strong><br /> 
 
Ti sarà capitato di vedere un bambino etichettato come “schizzinoso” o sentire una mamma che dice che il proprio bambino rifiuta di mangiare le verdure o mangia solo alimenti di una determinata consistenza o colore; insomma, sto parlando di bambini con una spiccata selettività alimentare che non sembrano essere interessati al cibo.
Questi bambini possono presentare caratteristiche simili all’anoressia nervosa ma senza riportare la paura di ingrassare e la preoccupazione per il peso e la forma del corpo propri di questi disturbi.
In molti casi, fortunatamente, l’alimentazione selettiva non ha un’influenza negativa sullo sviluppo psico-fisico, perché il bambino mantiene un introito calorico adeguato, e si risolve spontaneamente nell’adolescenza, quando la pressione dei pari si associa ad un allargamento della varietà dei cibi assunti. 
In un sottogruppo di bambini, però, l’alimentazione selettiva può compromettere in modo significativo la crescita e lo sviluppo e, in alcuni casi, soddisfare i criteri diagnostici del disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo (ARFID).
L’ARFID è un disturbo introdotto nel 2013 dalla quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), che ha unito in un’unica categoria diagnostica i disturbi della nutrizione dell’infanzia con i disturbi dell’alimentazione.
 
La diagnosi di ARFID si pone quando si verifica un persistente fallimento nel soddisfare le necessità nutrizionali e/o energetiche che determina una (o più) delle seguenti conseguenze: 
- perdita di peso significativa o fallimento di raggiungere l’aumento di peso atteso o inadeguata crescita nei bambini;
- deficit nutrizionale significativo;
- funzionamento dipendente dalla nutrizione enterale o dai supplementi orali;
- marcata interferenza con il funzionamento psicosociale.
 
Nell’ARFID sono stati proposti tre sottotipi: 
- evitamento del cibo per un’apparente mancanza d’interesse per il mangiare o il cibo (una condizione chiamata anche disturbo emotivo di evitamento del cibo);
- evitamento sensoriale del cibo, in cui l’evitamento del cibo è legato alle sue proprietà sensoriali quali l’aspetto, l’odore, la consistenza, il gusto o la temperatura;
- evitamento del cibo dovuto alle preoccupazioni per le conseguenze avversive del mangiare, come il soffocarsi, il vomitare o lo stare male. In questi pazienti sono anche comuni sintomi come il dolore addominale, la nausea e la malattia da reflusso gastroesofageo.
È da sottolineare che, sebbene questa suddivisione sia clinicamente utile quando si effettua la formulazione del caso, i sottotipi dell’ARFID non hanno ancora ricevuto una validazione empirica.
I pazienti con questo disturbo tendono ad essere più giovani rispetto a quelli con anoressia nervosa e bulimia nervosa (colpisce appunto l’età pediatrica) e che, rispetto a questi disturbi, il disturbo sembra colpire un maggior numero di maschi. Inoltre, il disturbo presenta una frequente comorbilità per i disturbi d’ansia e, in alcuni casi, per il disturbo da deficit di attenzione/iperattività e i disturbi dello spettro autistico.
Rivolgersi ad un team di specialisti che si occupa di questi disturbi è fondamentale per la guarigione.
 
Fonte: aidap.it]]></description>
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			<title>IL DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA: IL RUOLO DEL DIETISTA</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/il_disturbo_da_alimentazione_incontrollata_il_ruolo_del_dietista_11547550.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>IL DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA: IL RUOLO DEL DIETISTA</strong><br />Ci sono casi in cui l’eccesso di peso non è solo la conseguenza di un semplice ed eccessivo introito di cibo e di una vita sedentaria. Ci sono casi, e sono molti, in cui esistono problemi legati alla sfera del comportamento alimentare. Alcune di queste situazioni sono identificate con il nome di DAI (Disturbo da Alimentazione Incontrollata) o BED (binge eating disorder). L’età di insorgenza è variabile anche se compare in genere in eta più avanzata rispetto all’Anoressia Nervosa e alla Bulimia Nervosa. Il 3% della popolazione ne è colpita nel corso della vita. Circa il 10% dei pazienti che richiedono un trattamento per perdere peso soffre di questo disturbo.
Il BED è stato descritto per la prima volta nel 1959 dallo psichiatra e ricercatore americano Albert Stunkard per illustrare le caratteristiche di un sottogruppo di pazienti con obesità che riportava episodi ricorrenti di alimentazione eccessiva e incontrollata. La sua esistenza come disturbo dell’alimentazione distinto è stata però ignorata fino alla seconda metà degli anni ottanta, quando alcuni studi sulla prevalenza della bulimia nervosa nella popolazione evidenziarono che un ampio sottogruppo di individui non usava comportamenti di compenso dopo gli episodi di abbuffata. Nello stesso periodo si osservò che circa un quarto degli individui che richiedeva un trattamento per l’obesità riportava episodi bulimici ricorrenti, ma non soffriva di bulimia nervosa. Studi successivi hanno confermato che il disturbo da binge-eating presenta caratteristiche distintive rispetto alla bulimia nervosa e all’obesità, ma solo nel 2013 il disturbo è stato riconosciuto come categoria diagnostica distinta dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5).
Il disturbo da binge-eating, a differenza dall’anoressia nervosa e dalla bulimia, è una condizione clinica caratterizzata da malnutrizione per eccesso e il comportamento essenziale del disturbo è la presenza di episodi bulimici ricorrenti che però non seguiti dall’uso regolare di comportamenti di compenso, (per es. vomito autoindotto, uso improprio di lassativi o diuretici, digiuno ed esercizio fisico eccessivo), che invece caratterizzano la bulimia.
Gli episodi di abbuffata sono associati ad almeno tre delle seguenti caratteristiche: 
- mangiare molto più rapidamente del normale;
- mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni;
- mangiare grandi quantità di cibo quando non ci si sente fisicamente affamati;
- mangiare da soli perché ci si sente imbarazzati dalla quantità di cibo che si sta mangiando;
- sentirsi disgustato di se stessi, depressi o assai in colpa dopo l’abbuffata.
Inoltre è presente marcato disagio nei confronti degli episodi di abbuffata. Il disturbo si accompagna spesso a sovrappeso o a obesità e può associarsi alla sindrome metabolica.
Si evidenziano 4 livelli di gravità a seconda della frequenza degli episodi di abbuffata a settimana (n°/sett): lieve 1-3/sett; moderato 4-7/sett; grave 8-13/sett; estremo &gt;14/sett
La maggior parte delle problematiche fisiche associate al disturbo da binge-eating, infatti, sono proprio correlate all’eccesso di peso come il diabete, le malattie cardiovascolari, l’osteoartrosi, la sindrome delle apnee ostruttive, la sindrome dell’ovaio policistico, la steatosi epatica non alcolica e alcuni tipi di cancro. Alcuni studi hanno anche osservato che il disturbo da binge-eating sembra conferire un maggiore rischio per lo sviluppo delle componenti della sindrome metabolica (cioè obesità addominale, dislipidemia, ipertensione arteriosa e alterata glicemia a digiuno) rispetto a quello attribuibile alla sola obesità.
Il principale scopo della terapia è l’eliminazione delle abbuffate e, se necessario e in accordo con il paziente (ma in assenza di particolari controindicazione come storia pregressa di anoressia nervosa e di bulimia nervosa o un’associazione tra restrizione dietetica e aumento del numero degli episodi bulimici), la successiva perdita di peso. Gli altri obiettivi da perseguire sono la cura della psicopatologia associata, come l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e del controllo dell’alimentazione, i disturbi dell’umore e di ansia. In Italia sono praticati alcuni trattamenti promettenti per il disturbo da binge-eating che integrano l’intervento di riabilitazione nutrizionale con quello psicologico. Va comunque sottolineato che le evidenze attuali non permettono di giustificare elevati gradi di raccomandazione, e sono collegate principalmente al miglioramento e alla remissione del disturbo dell’alimentazione piuttosto che al calo ponderale.
Una delle terapie più efficaci del BED è la “terapia cognitivo comportamentale più terapia di perdita di peso basata sulla modificazione dello stile di vita”. Questo trattamento ambulatoriale, in corso di valutazione, è stato ideato per affrontare sia i meccanismi psicopatologici che operano nel mantenere le abbuffate sia, se non controindicata, la perdita di peso. I meccanismi di mantenimento eterogenei che operano nel mantenere gli episodi bulimici nel disturbo da binge-eating sono affrontati in moduli specifici con procedure derivate dalla moderna terapia cognitivo comportamentale transdiagnostica (nota anche con l’acronimo CBT-E), il trattamento oggi considerato più efficace per la cura della bulimia nervosa negli adulti.
La perdita di peso, se indicata, è affrontata in un modulo specifico con un moderno programma di modificazione dello stile di vita basato sulla terapia cognitivo comportamentale la cui efficacia è stata testata in un recente studio controllato italiano. 
Il programma base ha una durata di 20 settimane ed è suddiviso nei cinque moduli seguenti:
Modulo 1. Instaurare l’automonitoraggio 
Modulo 2. Mangiare in modo regolare 
Modulo 3. Fare il bilancio 
Modulo 4. Affrontare gli episodi bulimici residui 
Modulo 5. Concludere il programma e prevenire la ricaduta
Al programma base può essere associato il modulo aggiuntivo “Affrontare l’immagine corporea negativa” se questa caratteristica clinica è presente e contribuisce a mantenere gli episodi bulimici. Per gli individui in cui il disturbo da binge-eating è coesistente con l’obesità o con il sovrappeso associato a uno o più indicatori di aumentato rischio cardiovascolare, può essere aggiunto al programma base il modulo aggiuntivo “Affrontare la gestione del peso in eccesso”. Il modulo non è indicato se è presente una storia pregressa di anoressia nervosa e di bulimia nervosa o un’associazione tra restrizione dietetica e aumento del numero degli episodi bulimici.]]></description>
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			<title>LA NUOVA TERAPIA DELL'ECCESSO DI PESO</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/la_nuova_terapia_dell_eccesso_di_peso_11513267.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>LA NUOVA TERAPIA DELL&#039;ECCESSO DI PESO</strong><br />Cos’è l’obesità? 
L’obesità è un problema di saluto molto diffuso nel nostro Paese ma anche nei paesi in via di sviluppo e si può verificare sia in età adulta che in età evolutiva. Purtroppo la sua conoscenza è ancora scarsa. In parte ciò è dovuto alla disinformazione dei mezzi di comunicazione popolari e in parte alla scadente formazione ricevuta dai medici, psicologi e altri sanitari su questa condizione. 
Se gli specialisti conoscono poco il problema, figuriamoci la maggioranza delle persone, anche quelle che soffrono di obesità. 
Le informazioni imprecise portano le persone affette da obesità ad avere idee sbagliate sulle cause del loro problema, a intraprendere trattamenti non adeguati e, in alcuni casi, a scatenare o aggravare la loro condizione di obesità. 
L’obesità è caratterizzata da un accumulo eccessivo di tessuto adiposo tale che la salute ne può essere danneggiata. 
 
Le cause?
Per quanto riguarda le cause dell’obesità, negli anni novanta sono stati fatti passi da gigante nella ricerca scientifica. Ricerche scientifiche hanno dimostrato che l’obesità non è un singolo disturbo ma un gruppo eterogeneo di condizioni con cause multiple. Oggi sappiamo che il peso corporeo di una persona è determinato dall&#039;integrazione multipla e complessa di fattori genetici, comportamentali e ambientali che agiscono attraverso la mediazione fisiologica dell’introito calorico e del dispendio energetico.
 
Le complicanze?
Le complicanze dell’obesità sono molteplici: diabete, ipertensione, disturbi respiratori, patologie epatiche, tumori….anche complicanze psicologiche. 
 
Come si tratta? 
L’obiettivo del programma di trattamento è quello di modificare lo stile di vita della persona e mantenere i benefici ottenuti nel tempo. I programmi di modiﬁcazione dello stile di vita sono diversi dai tradizionali programmi dietologici prescrittivi. In questi ultimi, lo specialista “prescrive la dieta e l’esercizio ﬁsico” e spinge il paziente a seguire in modo rigoroso le sue indicazioni applicando la sola forza di volontà. Questo semplice approccio può essere efﬁcace a breve termine, ma quasi sempre fallisce a lungo termine, perché l’individuo, non avendo acquisito abilità per controllare il peso corporeo, riprende i suoi comportamenti abituali e recupera il peso perduto. 
Nei programmi basati sulla modiﬁcazione dello stile di vita, invece, gli obiettivi sono aiutare gli individui a diventare esperti nel controllo del loro peso, in altre parole, dei terapeuti del loro problema di obesità e a modiﬁcare il loro stile di vita in modo persistente. Per tale motivo il trattamento prevede un coinvolgimento attivo del paziente che, oltre a ricevere informazioni dettagliate sull’obesità e sulle modiﬁcazioni dello stile di vita necessarie per perdere peso, è aiutato a sviluppare speciﬁche abilità e a imparare a modiﬁcare il suo stile di vita in modo persistente.
I programmi moderni di modiﬁcazione dello stile di vita moderni includono tre procedure principali: alimentazione; attività ﬁsica; terapia cognitivo comportamentale.
Terapia cognitivo comportamentale
La vera differenza nella terapia dell’obesità la fa la terapia cognitivo comportamentale che è stata ideata per fornire al paziente un insieme di principi e tecniche per migliorare l’aderenza alla dieta e all’attività ﬁsica. Il trattamento è basato su due principi generali dell’apprendimento (comportamentismo): 
- I comportamenti implicati nello sviluppo dell’obesità (alimentazione eccessiva e scarsa attività ﬁsica) sono in parte appresi e perciò possono essere modiﬁcati attraverso l’educazione.
- L’alimentazione e l’attività ﬁsica possono essere cambiate modiﬁcando gli stimoli ambientali (antecedenti) e le conseguenze (rinforzi).
Le tecniche usate includono procedure comportamentali (monitoraggio dell’alimentazione e tecniche per il controllo degli stimoli ambientali a mangiare, ad esempio) e procedure cognitive.
 
L’efﬁcacia del trattamento dell’obesità basato sulla modiﬁcazione dello stile di vita è stata ampiamente valutata dalla ricerca. I risultati che il trattamento riesce a ottenere a breve medio termine sono soddisfacenti: in media l’80% circa degli individui ottiene una perdita di peso del 10% in circa sei mesi: una quantità di perdita di peso che soddisfa il criterio di successo (cioè, una riduzione del 5-10% in peso iniziale) proposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questa riduzione del peso è associata a una notevole riduzione di incidenza del diabete di tipo 2, delle comorbilità mediche peso-correlate (ad esempio, apnee del sonno, diabete, ipertensione, dislipidemia), delle problematiche psicosociali peso-correlate (ad esempio, depressione, immagine del corpo) e della qualità della vita. 
Il problema principale dei programmi standard di modiﬁcazione dello stile di vita è il mantenimento del peso perso. I pazienti di solito recuperano circa il 30-35% del loro peso perso nel trattamento nell’anno successivo. 
Tuttavia, i programmi di nuova generazione che hanno incluso speciﬁche procedure per prevenire il recupero del peso, hanno dimostrato un buon mantenimento del peso corporeo perduto anche dopo quattro anni grazie all’acquisizione da parte del paziente di specifiche abilità di mantenimento del peso raggiunto.
 
Fonte: www.dallegrave.it
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			<title>TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE DEI DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/terapia_cognitivo_comportamentale_dei_disturbi_del_comportamento_alimentare_11513272.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE DEI DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE</strong><br />I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono un problema diffuso ma la loro conoscenza è ancora scarsa. La conseguenza peggiore è che la maggior parte delle persone – anche quelle che soffrono di DCA – conoscono poco questo problema, e aspetto ancora più grave è che molti specialisti sottovalutano il problema o improvvisano percorsi di cura inappropriati con conseguente cronicizzazione del DCA (e quindi delle sue complicanze cliniche e cognitive) se non accuratamente trattato.
I DCA sono condizioni complesse e tutt’ora in fase di studio, sia per quanto riguarda le cause sia per quanto riguarda le caratteristiche di ogni disturbo.
Per quanto riguarda la cause non c’è ancora una risposta definita a questa domanda. I dati derivati dalla ricerca più recente sembrano indicare che derivino dalla combinazione di predisposizione genetica e fattori di rischio ambientali (sesso femminile, adolescenza e prima età adulta, società occidentale, tratti ossessivi e perfezionistici, abusi sessuali, dieta fortemente restrittiva e molti altri)
Per quanto riguarda le caratteristiche di ogni disturbo, nella quinta edizione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, elaborata dall’American Psychiatric Association (APA), pubblicata nel maggio 2013, compaiono cambiamenti nella classificazione dei DCA, rispetto alla classificazione precedente, proprio alla luce delle continue e attuali evidenze scientifiche in ambito di DCA.
CARATTERISTICHE DEI DCA
I disturbi dell’alimentazione pur avendo manifestazioni comportamentali diverse, condivido molte caratteristiche cliniche. In quasi tutti i pazienti è infatti presente l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e cioè la tendenza a giudicare il proprio valore in modo predominante o esclusivo in termini di peso e forma del corpo. L&#039;espressione più caratteristica dell&#039;eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo è l’estrema preoccupazione per il peso; le persone con DCA si pesano di frequente o evitano di pesarsi. Un&#039;altra espressione è la preoccupazione per la forma del corpo che spiega i continui check della forma del corpo. Altre espressioni dell’eccessiva valutazione del peso e delle forme del corpo sono il sentirsi grassi, la continua ricerca della magrezza e la paura di ingrassare che non si mitiga con la perdita di peso.
Un altro aspetto interessante dei DCA è il fatto che i i disturbi sono in continuum l’uno con l’altro ovvero possono migrare da una diagnosi all’altra.
LE COMPLICANZE
Le complicanze sono numerose e dipendono in modo specifico dal tipo di disturbo. Per esempio in caso di bulimia avremo le gravi complicanze dell’abbuffata e del vomito autoindotto come lacerazione dello stomaco, squilibrio idro-elettrolitico, danni cardiopolmonari. In caso di anoressia avremo le complicanze del sottopeso come l’emaciazione, l’ipotensione, bradicardia, prolasso della valvola mitralica e molti altri. In caso di binge eating avremo le complicanze del sovrappeso e dell&#039;obesità come ipertensione, alterazione dell’equilibrio lipidico, steatosi ecc e nel dettaglio i problemi fisici legati all’abbuffata.
La diagnosi tempestiva e il corretto trattamento migliorano ovviamente la prognosi.
CLASSIFICAZIONE E DEFINIZIONE
Il DSM-5 fornisce la seguente definizione dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: “I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione o di comportamenti collegati con l’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale”.
Il DSM-5 include le seguenti categorie diagnostiche (le prime tre riguardano soprattutto i disturbi della nutrizione dell’infanzia
- Pica
- Disturbo di ruminazione
- Disturbo da evitamento/restrizione dell’assunzione di cibo
- Anoressia nervosa
- Bulimia nervosa
- Disturbo da alimentazione incontrollata
- Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione con specificazione
- Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione senza specificazione
Pica
L a caratteristica essenziale del pica è l’ingerire uno o più sostanze non nutritive e non alimentari per un periodo di almeno un mese. Le sostanze tipicamente ingerite variano in base all’età e alla disponibilità e possono includere carta, sapone capelli. Il termine “non nutritive” è stato incluso perché la diagnosi di pica non va applicata quando sono ingeriti prodotti alimentari che hanno un contenuto nutrizionale minimo. Tipicamente non c’è avversione nei confronti del cibo in generale. Inoltre, l’ingestione di sostanze non nutritive e non alimentari deve anche essere inappropriata rispetto al livello di sviluppo dell’individuo e non deve fare parte di una pratica culturalmente sancita. Se il comportamento alimentare si manifesta nel contesto di un altro disturbo mentale o condizione medica, si pone diagnosi di pica solo se l’ingestione di sostanze non nutritive e non alimentari sufficientemente grave da giustificare un’attenzione clinica aggiuntiva.
I criteri diagnostici DSM-5 del pica sono i seguenti:
- Persistente ingestione di sostanze senza contenuto alimentare, non commestibili per un periodo di almeno 1 mese.
- L’ingestione di sostanze senza contenuto alimentare, non commestibili è inappropriata rispetto allo stadio di sviluppo dell’individuo.
- Il comportamento di ingestione non fa parte di una pratica culturalmente sancita o socialmente normata.
- Se il comportamento di ingestione si manifesta nel contesto di un altro disturbo mentale (per es., disabilità intellettiva – disturbo dello sviluppo intellettivo – disturbo dello spettro dell’autismo, schizofrenia) o di un’altra condizione medica è sufficientemente grave da giustificare ulteriore attenzione clinica.
In remissione: Successivamente alla precedente piena soddisfazione dei criteri per la pica, i criteri non sono stati soddisfatti per un consistente periodo di tempo
Codici diagnostici: ICD-9: 307.52; ICD-10: F98.3 per bambini; F50.8 per adulti
Disturbo di ruminazione
Rispetto al DSM-IV, i cambiamenti nei criteri diagnostici del disturbo di ruminazione sono stati minimi, se si eccettua il fatto che nel DSM-5, questo disturbo non è più classificato nei disturbi della nutrizione dell’infanzia, ma nell’ampia categoria diagnostica “disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Il disturbo di ruminazione richiede il rigurgito di cibo, che può essere rimasticato, deglutito nuovamente o sputato, per almeno 1 mese, che il rigurgito non sia attribuibile a una condizione gastrointestinale associata o ad altra condizione medica, che non si manifesti durante il decorso di altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e che se i sintomi si manifestano nel contesto di un altro disturbo mentale essi devono essere sufficientemente gravi da giustificare un’attenzione clinica aggiuntiva.
I criteri diagnostici DSM-5 del disturbo di ruminazione sono i seguenti:
- Ripetuto rigurgito di cibo per un periodo di almeno 1 mese. Il cibo rigurgitato può essere rimasticato, ringoiato o sputato.
- Il rigurgito ripetuto non è attribuibile a una condizione gastrointestinale associata o a un’altra condizione medica (per es., reflusso gastroesofageo, stenosi del piloro)
- Il disturbo dell’alimentazione non si manifesta esclusivamente durante il decorso di anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da binge-- eating o disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo.
- Se i sintomi si manifestano nel contesto di un altro disturbo mentale (per es., disabilità intellettiva – disturbo dello sviluppo intellettivo – o altro disturbo del neurosviluppo) sono sufficientemente gravi da giustificare ulteriore attenzione clinica.
In remissione: Successivamente alla precedente piena soddisfazione dei criteri per il disturbo di ruminazione, i criteri non sono stati soddisfatti per un consistente periodo di tempo.
Codici diagnostici: ICD-9: 307.53; ICD-10: F98.21
Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo
Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo sostituisce ed estende la diagnosi DSM-IV di disturbo della nutrizione dell’infanzia. La maggiore categoria diagnostica di questo disturbo, che può essere riscontrato anche negli adulti, è l’evitamento o la restrizione dell’assunzione di cibo per tre motivi principali: 1) apparente mancanza d’interesse per il mangiare o il cibo; 2) evitamento basato sulle caratteristiche sensoriali del cibo; 3) preoccupazioni per le conseguenze avversive del mangiare. L’evitamento o la restrizione producono un persistente fallimento di soddisfare le necessità nutrizionali e/o energetiche appropriate determinando una o più delle seguenti 4 conseguenze: 1) perdita di peso significativa (o fallimento di raggiungere l’aumento di peso atteso o inadeguata crescita nei bambini); 2) deficit nutrizionale significativo; 3) funzionamento dipendente dalla nutrizione enterale o dai supplementi orali; 4) marcata interferenza con il funzionamento psicosociale. Non è presente la preoccupazione per il peso e la forma del corpo né deve manifestarsi durante il decorso dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa. Infine, il disturbo non è dovuto a una mancanza nella disponibilità di cibo o a un’altra malattia medica o mentale.
I criteri diagnostici DSM-5 del disturbo da evitamento/restrizione dell’assunzione di cibo sono i seguenti:
- Un disturbo dell’alimentazione o della nutrizione (per es., apparente mancanza d’interesse per il mangiare o per il cibo; evitamento basato sulle caratteristiche sensoriali del cibo; preoccupazioni relativa alle conseguenze negative del mangiare) che si manifesta attraverso la persistente incapacità di soddisfare le necessità nutrizionali e/o energetiche appropriate, associato a uno (o più) dei seguenti aspetti:
- Significativa perdita di peso (o mancato raggiungimento dell’aumento ponderale atteso oppure una crescita discontinua nei bambini).
- Significativo deficit nutrizionale.
- Dipendenza dalla nutrizione parenterale o dai supplementi nutrizionali orali.
- Marcata interferenza con il funzionamento psicosociale.
- Il disturbo non è meglio spiegato da una mancata disponibilità di cibo o da una pratica associata culturalmente sancita.
- Il disturbo dell’alimentazione non si manifesta esclusivamente durante il decorso dell’anoressia nervosa o della bulimia nervosa e non vi è alcuna evidenza di un disturbo nel modo in cui vengono vissuti il peso o la forma del proprio corpo.
- Il disturbo dell’alimentazione non è attribuibile a una condizione medica concomitante e non può essere spiegato da un altro disturbo mentale. Quando il disturbo dell’alimentazione si verifica nel contesto di un’altra condizione o disturbo la gravità del disturbo dell’alimentazione eccede quella abitualmente associata alla condizione o il disturbo e giustifica ulteriore attenzione clinica.
In remissione: Successivamente alla precedente piena soddisfazione dei criteri per il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione, i criteri non sono stati soddisfatti per un consistente periodo di tempo.
Codici diagnostici: ICD-9: 307.59; ICD-10: F50.8
Anoressia nervosa
Il DSM-5 ha introdotto due cambiamenti importanti nei criteri diagnostici dell’anoressia nervosa. Il primo è l’abolizione del criterio amenorrea previsto dal DSM-IV perché non può ssere applicato ai maschi, alle donne in menopausa, premenarcali e in quelli che assumono estroprogestinici e per il fatto che alcune persone esibiscono tutti gli altri segni dell’anoressia nervosa ma continuano a mestruare. Il secondo riguarda il cambiamento del criterio A, che nel DSM-IV richiedeva Inferiore all’85% rispetto a quanto previsto (in pratica un IMC &lt; 17,5) oppure l’incapacità di raggiungere il peso previsto durante la crescita, mentre nel DSM-5 è richiesto un peso significativamente basso inferiore al minimo normale (cioè IMC &lt;18,5) o, per i bambini e gli adolescenti, inferiore a quello minimo atteso (cioè &lt; 5° percentile). Inoltre è stata eliminata la frase “rifiuto di mantenere il peso corporeo ai di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura” perché richiedeva l’intenzione da parte del paziente e poteva essere difficile valutarla oggettivamente. Nel criterio C è stata aggiunta la frase “comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche in presenza di un peso significativamente basso”. Infine, sono stati introdotti dei criteri per valutare il livello di gravità attuale sulla base dell’IMC
I criteri diagnostici DSM-5 dell’anoressia nervosa sono i seguenti:
- Restrizione dell’assunzione di calorie in relazione alle necessità, che porta a un peso corporeo significativamente basso nel contesto di età, sesso, traiettoria di sviluppo e salute fisica. Il peso corporeo significativamente basso è definito come un peso inferiore al minimo normale oppure, per bambini e adolescenti, meno di quello minimo atteso.
- Intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche se significativamente basso.
- Alterazione del modo in cui viene vissuto dall’individuo il peso o la forma del proprio corpo, eccessiva influenza del peso o della forma del corpo sui livelli di autostima, oppure persistente mancanza di riconoscimento della gravità dell’attuale condizione di sottopeso.
Tipo con restrizioni: Durante gli ultimi 3 mesi, l’individuo non ha presentato ricorrenti episodi di abbuffate o condotte di eliminazione (per es., vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi). In questo sottotipo la perdita di peso è ottenuta principalmente attraverso la dieta, il digiuno e/o l’attività fisica eccessiva.
Tipo con abbuffate/condotte di eliminazione: Durante gli ultimi 3 mesi, l’individuo ha presentato ricorrenti episodi di abbuffata o condotte di eliminazione (cioè, vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).
In remissione parziale: Successivamente alla precedente piena soddisfazione dei criteri per l’anoressia nervosa, il Criterio A (basso peso corporeo) non è stato soddisfatto per un consistente periodo di tempo, ma sia il Criterio B (intensa paura di aumentare di peso o diventare grassi o comportamenti che interferiscono con l’aumento di peso) sia il Criterio C (alterazioni della percezione di sé relativa al peso e alla forma del corpo) sono ancora soddisfatti.
In remissione completa: Successivamente alla precedente piena soddisfazione dei criteri per l’anoressia nervosa, non è stato soddisfatto nessuno dei criteri per un consistente periodo di tempo.
Livello di gravità attuale
- Lieve: Indice di massa corporea ≥ 17 kg/m2
- Moderato: Indice di massa corporea 16-16,99 kg/m2
- Grave: Indice di massa corporea 15-15,99 kg/m2
- Estremo: Indice di massa corporea &lt; 15 kg/m2
Codici diagnostici: ICD-9: 307.1; ICD-10: F50.01 tipo restrittivo; F50.02 Tipo con crisi bulimiche/condotte di eliminazione
Bulimia nervosa
Il DSM-5 ha mantenuto gli stessi criteri diagnostici del DSM-IV con l’eccezione del criterio C (frequenza e durata delle abbuffate). Adesso è richiesto che le abbuffate e le condotte compensatorie inappropriate si verifichino entrambe in media almeno una volta alla settimana per 3 mesi bulimia nervosa, mentre nel DSM-IV si dovevano verificare almeno due volte la settimana per tre mesi. Inoltre, come per l’anoressia nervosa sono stati introdotti dei criteri per valutare il livello di gravità attuale sulla base del numero di episodi di condotte compensatorie per settimana. Infine, sono stati eliminati i due sottotipi (con e senza condotte di eliminazione) previsti dal DSM-IV.
I criteri diagnostici DSM-5 della bulimia nervosa sono i seguenti:
- Ricorrenti episodi di abbuffata. Un episodio di abbuffata è caratterizzato da entrambi i seguenti aspetti :
- Mangiare, in un determinato periodo di tempo (per es., un periodo di due ore), una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili.
- Sensazione di perdere il controllo durante l’episodio (per es., sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa o quanto si sta mangiando).
- Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o attività fisica eccessiva.
- Le abbuffate e le condotte compensatorie inappropriate si verificano entrambe in media almeno una volta alla settimana per 3 mesi.
- I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso del corpo.
- L’alterazione non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di anoressia nervosa.
In remissione parziale: Successivamente alla precedente piena soddisfazione dei criteri per la bulimia nervosa, alcuni, ma non tutti, i criteri sono stati soddisfatti per un consistente periodo di tempo.
In remissione completa: Successivamente alla precedente piena soddisfazione dei criteri per la bulimia nervosa, nessuno dei criteri è stato soddisfatto per un un consistente periodo di tempo.
soddisfatti, nessuno dei criteri è stato soddisfatto per un periodo prolungato di tempo.
Livello di gravità attuale
- Lieve: Una media di 1-3 episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
- Moderato: Una media di 4-7 episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
- Grave: Una media di 8-13 episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
- Estremo: Una media di 14 o più episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
Codici diagnostici: ICD-9: 307.51; ICD-10: F50.2
Disturbo da binge-eating (noto anche come disturbo da alimentazione incontrollata)
Il disturbo da binge-eating è stato incluso nel DSM-5 come categoria distinta di disturbo dell’alimentazione, mentre nel DSM-IV era descritto nell’Appendice B nelle categorie che necessitavano ulteriori studi e era diagnosticabile solamente usando l’ampia categoria diagnostica “disturbo dell’alimentazione non altrimenti specificato”.
Nel DSM-5 il disturbo da binge-eating ha mantenuto i criteri diagnostici simili a quelli del DSM-IV con l’eccezione del criterio D (frequenza e durata abbuffate). Nel DSM-5, infatti, abbuffate si devono verificare, in media, almeno una volta alla settimana per 3 mesi, mentre nel DSM-IV si dovevano verificare almeno due giorni la settimana per 6 mesi. Inoltre, come per l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa sono stati introdotti dei criteri per valutare il livello di gravità attuale sulla base del numero di episodi di abbuffate per settimana.
I criteri diagnostici DSM-5 del disturbo da binge-etaing sono i seguenti:
- Ricorrenti episodi di abbuffate. Un episodio di abbuffata è caratterizzato da entrambi gli aspetti seguenti:
- Mangiare, in un periodo definito di tempo (per es., un periodo di due ore) una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili.
- Sensazione di perdere il controllo durante l’episodio (per es., sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa o quanto si sta mangiando).
- Gli episodi di abbuffata sono associati a tre (o più) dei seguenti aspetti:
- Mangiare molto più rapidamente del normale.
- Mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni.
- Mangiare grandi quantità di cibo anche se non ci si sente fisicamente affamati.
- Mangiare da soli perché a causa dell’imbarazzo per quanto si sta mangiando.
- Sentirsi disgustati verso se stessi, depressi o assai in colpa dopo l’episodio.
- È presente un marcato disagio riguardo alle abbuffate.
- L’abbuffata si verifica, in media, almeno una volta alla settimana per 3 mesi.
- L’abbuffata non è associata alla messa in atto sistematica di condotte compensatorie inappropriate come nella bulimia nervosa, e non si verifica esclusivamente in corso di bulimia nervosa o anoressia nervosa.
In remissione parziale: Successivamente alla precedente piena soddisfazione dei criteri per il disturbo da binge-eating, gli episodi di abbuffata si verificano con una frequenza media di meno di un episodio a settimana per un consistente periodo di tempo.
In remissione completa: Successivamente alla precedente piena soddisfazione dei criteri per il disturbo da binge-eating, nessuno dei criteri è stato soddisfatto per un consistente periodo di tempo.
Livello di gravità attuale
- Lieve: Da 1 a 3 episodi di abbuffata a settimana.
- Moderato: Da 4 a 7 episodi di abbuffata a settimana.
- Grave: Da 8 a 13 episodi di abbuffata a settimana.
- Estremo: 14 o più episodi di abbuffata a settimana
Codici diagnostici: ICD-9: 307.51; ICD-10: F50.2
Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione con altra specificazione
Questa categoria si applica a presentazioni in cui i sintomi caratteristici di un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione che causano un significativo disagio o un danno nel funzionamento sociale, occupazionale o in altre importanti aree predominano ma non soddisfano i criteri pieni per qualsiasi dei disturbi della classe diagnostica dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
La categoria disturbo della nutrizione o dell’alimentazione con altra specificazione è usata in situazioni in cui il clinico sceglie di comunicare le ragioni specifiche per cui la presentazione non soddisfa i criteri per qualsiasi specifico disturbo della nutrizione e dell’alimentazione. Questo è fatto registrando “disturbo della nutrizione e dell’alimentazione con altra specificazione” seguito dalla ragione specifica (per es., “bulimia nervosa a bassa frequenza”)
- Anoressia nervosa atipica. Sono soddisfatti tutti criteri per l’anoressia nervosa, salvo che nonostante una significativa perdita di peso, il peso dell’individuo è all’interno o al di sopra del range di normalità.
- Bulimia nervosa (a bassa frequenza e/o di durata limitata). Sono soddisfatti tutti criteri per la bulimia nervosa, salvo che le abbuffate e le condotte compensatorie inappropriate si verificano, mediamente, meno di una volta alla settimana e/o per meno di 3 mesi.
- Disturbo da binge-eating (a bassa frequenza e/o di durata limitata). Sono soddisfatti tutti criteri per il disturbo da binge-eating, salvo che le abbuffate si verificano, mediamente, meno di una volta alla settimana e/o per meno di 3 mesi.
- Disturbo da condotta di eliminazione. Ricorrenti condotte di eliminazione per influenzare il peso o la forma del corpo (per es. vomito autoindotto, uso improprio di lassativi, diuretici o altri farmaci) in assenza di abbuffate.
- Sindrome da alimentazione notturna. Ricorrenti episodi di alimentazione notturna, che si manifestano mangiando dopo il risveglio dal sonno oppure l’eccessivo consumo di cibo dopo il pasto serale. Vi solo consapevolezza e ricordo di aver mangiato. L’alimentazione notturna non è meglio spiegata da influenze esterne come la modificazione del ciclo sonno-veglia dell’individuo oppure da norme sociali locali. L’alimentazione notturna causa un significativo disagio e/o compromissione del funzionamento. I pattern di alimentazione disordinata non sono meglio spiegati dal disturbo da binge-eating o da un altro disturbo mentale, compreso l’uso di sostanze, e non sono attribuibili a un altro disturbo medico oppure all’effetto di farmaci.
Codici diagnostici: ICD-9: 307.59; ICD-10: F50.8
Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione senza altra specificazione
Questa categoria si applica a presentazioni in cui i sintomi caratteristici di un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione che causano un significativo disagio clinico o un danno nel funzionamento sociale, occupazionale o in altre importanti aree predominano, ma non sono soddisfatti i criteri pieni per qualsiasi dei disturbi nella classe diagnostica dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
La categoria disturbo della nutrizione o dell’alimentazione con altra specificazione è usata in situazioni in cui il clinico sceglie di non specificare il motivo per cui i criteri non sono soddisfatti per uno specifico disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, e include presentazioni in cui ci sono insufficienti informazioni per fare una diagnosi più specifica (per es. in un setting di pronto soccorso).
Codici diagnostici: ICD-9: 307.50; ICD-10: F50.9
TRATTAMENTO
Il trattamento dei DCA ha avuto negli ultimi anni numerosi progressi. La NICE, la National Institute for Clinical Exellence nel Regno Unito, pubblica periodicamente le linee guida per il trattamento dei DCA. Le linee guida sono basate sull’evidenza scientifica. Tra i trattamenti con maggiore rilevanza c’è sicuramente la CBT-E. La CBT-E si basa sulla teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica dei disturbi dell’alimentazione. Cognitivo comportamentale significa che la teoria analizza principalmente i processi cognitivi e i comportamenti implicati nel mantenimento dei disturbi dell’alimentazione. Transdiagnostica significa che la teoria (e la terapia derivata da essa) e` applicabile con minime modifiche a tutte le categorie diagnostiche dei disturbi dell’alimentazione.
La teoria postula che l’eccessiva valutazione del peso, della forma del corpo e del controllo dell’alimentazione sia il nucleo psicopatologico centrale dei disturbi dell’alimentazione. Mentre le persone si valutano generalmente in base alla percezione delle loro prestazioni in una varietà di domini della loro vita (per esempio, relazioni interpersonali, scuola, lavoro, sport, abilita` intellettuali e genitoriali, ecc.), quelle affette da disturbi dell’alimentazione si valutano in modo esclusivo o predominante in base al controllo che riescono a esercitare sul peso o sulla forma del corpo o sull’alimentazione (spesso su tutte e tre le caratteristiche).
L’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e del controllo dell’alimentazione, secondo la teoria transdiagnostica, e` di primaria importanza nel mantenimento dei disturbi dell’alimentazione: la maggior parte delle altre caratteristiche cliniche deriva, infatti, direttamente o indirettamente da essa.
La CBT-E è un trattamento psicologico altamente individualizzato ideato per curare tutte le categorie diagnostiche disturbi dell’alimentazione (approccio transdiagnostico), affrontando i meccanismi cognitivo comportamentali comuni di mantenimento della psicopatologia condivisa ed evolvente dei disturbi dell’alimentazione (non la diagnosi DSM).
La CBT-E usa in modo flessibile strategie e procedure terapeutiche in sequenza per affrontare la psicopatologia individuale del paziente. Per fare questo il terapeuta e il paziente lavorano assieme come una “squadra” per superare il disturbo dell’alimentazione (empirismo collaborativo). Il paziente è incoraggiato a diventare un attivo partecipante nel processo di cura e a vedere il trattamento come priorità. La strategia chiave è creare una formulazione individualizzata e condivisa dei principali meccanismi di mantenimento che dovranno essere affrontati dal trattamento. La CBT-E adotta una varietà di procedure generiche cognitive e comportamentali, ma favorisce l’uso di cambiamenti strategici nel comportamento per modificare e ottenere dei cambiamenti cognitivi. Nelle fasi più avanzate del trattamento, il paziente è aiutato a riconoscere i primi segnali di attivazione dello stato mentale (mind-set) del disturbo dell’alimentazione e a decentrarsi rapidamente da esso per evitare la ricaduta.
In generale, i risultati della ricerca possono essere sintetizzati nel modo seguente:
- La CBT-E ha dimostrato essere adatta per curare tutte le categorie diagnostiche dei disturbi dell’alimentazione degli adulti.
- La CBT-E nella bulimia nervosa è risultata superiore a tutti i trattamenti psicologici con cui è stata confrontata, incluso la psicoterapia psicoanalitica e la terapia interpersonale.
- La CBT-E ha dimostrato risultati promettenti per il trattamento dei pazienti adulti affetti da anoressia nervosa,
- La CBT-E ha dimostrato risultati promettenti per il trattamento dei pazienti adolescenti affetti da anoressia nervosa e sembra essere una potenziale alternativa al trattamento basato sulla famiglia.
- La CBT-E può essere usata a livello ospedaliero e in day-hospital.
- Per ottenere effetti ottimali i terapeuti necessitano di ricevere una formazione adeguata nella CBT-E
Il trattamento è multidisciplinare cioè intervengono varie figure professionali opportunamente formate nel trattamento dei DCA come lo psicoterapeuta, il dietista, il medico internista, lo psichiatra, il ginecologo…
E’ di essenziale importanza che gli specialisti conoscano l’iter del trattamento e collaborino nella stesura del trattamento del caso specifico coinvolgendo il paziente in modo attivo.
Per esperienza questa metodologia ha dato buoni esiti nei casi fin’ora seguiti. La collaborazione tra gli specialisti, la comune linea di trattamento e il coinvolgimento attivo del paziente sono i punti focali per la buona riuscita.
 
Fonte:
- &quot;Come vincere i disturbi dell&#039;alimentazione&quot; Positive Press
- www.dallegrave.it]]></description>
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		<item>
			<title>IL DIETISTA: UN PROFESSIONISTA DELLA SALUTE</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/il_dietista_un_professionista_della_salute_11152358.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>IL DIETISTA: UN PROFESSIONISTA DELLA SALUTE</strong><br />Chi è il dietista?  La legge lo definisce &quot;l&#039;operatore sanitario competente per tutte le attività finalizzate alla corretta applicazione dell&#039;alimentazione e della nutrizione, compresi gli aspetti educativi e di collaborazione alla attuazione delle politiche alimentari&quot; (Decreto Ministeriale 14/09/1994).   
In pratica il dietista è un professionista specializzato, che si occupa di promuovere e curare l&#039;alimentazione e la nutrizione in situazioni fisiologiche e patologiche: dall&#039;elaborazione di piani dietetici terapeutici personalizzati (su prescrizione medica attestante la diagnosi) alla stesura di menù per gruppi di sani o malati (ristorazione collettiva per mense e comunità) fino alla progettazione e alla realizzazione di attività didattiche, educative e informative.
Dietista non ci si improvvisa. La sua è una professione altamente specializzata: per diventare dietista occorre conseguire laurea specifica. In sostanza, l&#039;attuale percorso formativo del dietista è articolato in più livelli:

Laurea in Dietistica (è il titolo che abilita all&#039;esercizio professionale)
Laurea specialistica (per esercitare attività di elevata complessità)
Master (corsi di approfondimento scientifico e di formazione permanente in ambiti specifici)
Dottorato di ricerca (per esercitare attività di ricerca presso Università e altri enti)

Il dietista per la salute e il benessere.     &quot;L&#039;uomo è ciò che mangia&quot;, diceva Feuerbach.            In piena salute o ammalate che siano, le persone hanno bisogno di alimentarsi in maniera corretta, equilibrata e adeguata alle proprie esigenze: in una visione solistica, di benessere complessivo, il dietista è l&#039;operatore sanitario che può aiutarle a trovare e ad attuare la soluzione che meglio si adatta alle loro esigenze alimentari e nutrizionale.
Non è quindi necessario essere ammalati per rivolgersi ad un dietista.      Ma se lo si è, il suo supporto è fondamentale.
Il dietista impegnato in ambito clinico elabora infatti piani dietetici personalizzati per i pazienti, monitorandoli costantemente e adeguandoli in relazione all&#039;andamento clinico. 
Naturalmente, il suo è un ruolo essenziale anche in presenza di disturbi del comportamento alimentare. In questi casi il trattamento multidisciplinare è quello con maggiori percentuali di successo: perciò il dietista definisce il piano alimentare terapeutico-riabilitativo, lavorando in sinergia con altre figure professionali.
Il dietista a servizio della comunità. Al dietista è affidato un compito molto importante a servizio della comunità: quello di occuparsi in prima persona della qualità dei servizi di ristorazione collettiva.     
La sua consulenza è importantissima nella messa a punto dei menù proposti nelle mense scolastiche e aziendali, così come nelle comunità, negli ospedali e nelle cliniche. In tutti questi casi, il dietista collabora con i servizi di Igiene degli Alimenti e della Nutrizione delle Aziende Sanitarie per la tutela dell&#039;aspetto igienico sanitario.   Ma non solo.  Il dietista, infatti, studia ed elabora la composizione dei menù, in modo tale che essi soddisfino i fabbisogni nutrizionali di gruppi di persone sane o ammalate che siano. 
Il dietista come educatore. Prendersi cura del benessere delle persone significa anche far conoscere e diffondere i principi di un&#039;alimentazione corretta. 
Nell&#039;ambito della sua professione, quindi, il dietista svolge anche attività didattica, educativa e informativa, mirata a far prendere coscienza dell&#039;importanza di &quot;mangiare in maniera equilibrata&quot;.   
In questo senso, come operatore sanitario, il dietista è direttamente coinvolto nella promozione della salute pubblica e il suo contributo è essenziale nella formulazione di politiche che permettano di sostenere e migliorare lo stato di salute dei cittadini, minimizzando i rischi derivanti da scelte nutrizionali poco corrette.
Tratto da: Brochure ANDID 2008    L&#039;ANDID è l&#039;associazione di riferimento dei dietisti italiani: li rappresenta, ne tutela gli interessi, promuove iniziative formative e controlla che gli operatori mantengano alto il livello di professionalità. Fondata nel 1985, l&#039;ANDID è attualmente l&#039;unica associazione italiana titolata a rappresentare la categoria dei dietisti e conta oggi circa un migliaio di iscritti. L&#039;ANDID è censita dal CNEL (Consiglio Nazionale dell&#039;Economia e del Lavoro) e rappresenta i dietisti italiani presso l&#039;EFAD (Federazione Europea dell&#039;Associazione di Dietisti).          L&#039;Associazione collabora con varie società scientifiche che operano nell&#039;ambito della nutrizione, a livello nazionale e internazionale.
 http://www.andid.it/]]></description>
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			<title>IL CODICE DEONTOLOGICO ANDID</title>
			<link>http://www.ericabaroncellidietista.it/1/il_codice_deontologico_andid_11152360.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>IL CODICE DEONTOLOGICO ANDID</strong><br />PREMESSA
 
Il Dietista è l&#039;operatore sanitario competente per tutte le attività finalizzate alla corretta applicazione dell&#039;alimentazione e della nutrizione ivi compresi gli aspetti educativi e di collaborazione all&#039;attuazione delle politiche alimentari, nel rispetto della normativa vigente.          Il Dietista deve considerare se stesso al servizio del genere umano. Il suo atteggiamento e il suo agire devono essere guidati dal rispetto per le persone e dal desiderio di promuovere la salute.        
Le regole del presente codice sono vincolanti per tutti i dietisti iscritti all&#039;Associazione Nazionale Dietisti. La mancata conoscenza delle norme del presente codice non esime dalla responsabilità disciplinare.            
Ogni atto professionale in contrasto con i principi indicati nel codice di etica sarà perseguito con le sanzioni disciplinari previste dalle leggi vigenti.          
 
CAPO I. Responsabilità professionale
1. Il Dietista svolge la sua attività in tutti gli ambiti inerenti la nutrizione di individui e/o gruppi di popolazione in stato di salute o di malattia.       
2. Il Dietista evita discriminazioni verso altre persone sulla base della razza, del sesso, del credo, della religione, dell&#039;età e dell&#039;origine.    
3. Il Dietista deve attenersi agli atti di competenza del Profilo Professionale (D. M. 14 settembre 1994 n. 744).   
4. Il Dietista deve evitare qualsiasi comportamento che possa screditare la professione.           5. Il Dietista ha il dovere di valutare il proprio operato nel tempo attraverso l&#039;autoverifica e la riflessione critica sulle proprie esperienze.    
6. Il Dietista partecipa alla formazione professionale permanente e alla ricerca. Diffonde i risultati con l&#039;obiettivo del miglioramento continuo della professione.        
 
CAPO II. Responsabilità verso la società
1. Il Dietista deve interessarsi al benessere della popolazione collaborando con istituzioni, società scientifiche o enti pubblici (scuole, comunità per anziani ecc.), industrie del settore alimentare e della ristorazione collettiva, istituti di ricerca, per l&#039;organizzazione e la promozione di progetti di studio e di interventi a carattere divulgativo e/o educativo.            
2. Il Dietista verifica costantemente che il suo intervento nutrizionale sia fondato su dati scientificamente validati e aggiornati e/o basato sui &quot;livelli di assunzione raccomandati&quot; per la popolazione.     
3. Il Dietista permette l&#039;uso del suo nome o l&#039;indicazione della sua professione per certificare informazioni nutrizionali riferite a prodotti e/o gruppi di prodotti, solo se:

ha direttamente supervisionato i requisiti nutrizionali del prodotto
la fonte dell&#039;informazione è indicata
le affermazioni non contengono opinioni o aspettative, ma solo conoscenza

4. Il Dietista che desidera informare il pubblico ed i colleghi dei propri servizi usa informazioni veritiere e non notizie false e fuorvianti nell&#039;ambito delle normative.       
5. Il Dietista può raccomandare prodotti, in tal caso fornisce complete e chiare informazioni con dati circa la fonte dell&#039;informazione.  
6. Il Dietista non può avvalersi di cariche politiche o pubbliche o associative per conseguire vantaggi personali.      
 
CAPO III. Responsabilità verso l&#039;utente/cliente
1. Il Dietista fornisce informazioni sufficienti per permettere ai propri assistiti di prendere decisioni competenti e si accerta che questi comprenda e condivida le scelte assistenziali a lui dirette.  
2. Il Dietista, nel caso di situazioni in contrasto con la coscienza personale e i principi etici che regolano la professione, s&#039;impegna a trovare la soluzione operativa più idonea nel rispetto dell&#039;autonomia e della dignità della persona. Solo in caso di conflitti insanabili si può valere dell&#039;obiezione di coscienza.     
3. Il Dietista deve mantenere il segreto professionale relativamente allo stato di salute della persona e alla sua vita privata.        
4. Il Dietista raccoglie e gestisce i dati rispettando la riservatezza delle informazioni che giungono in suo possesso.      
 
CAPO IV. Responsabilità verso gli altri operatori
1. Il Dietista mette a disposizione degli altri operatori sanitari le proprie competenze e collabora con loro lealmente per la salute dell&#039;utente.          
2. Il Dietista rispetta le competenze professionali degli altri operatori sanitari, collabora con loro attivamente adoperandosi a elevare lo standard qualitativo della prestazione.     
3. Il Dietista ha il dovere di informarsi, presso gli altri operatori interessati, riguardo il piano assistenziale e terapeutico della persona a lui affidato.  
 
CAPO V. Responsabilità verso i colleghi         
1. Il Dietista deve collaborare con i colleghi al fine di condividere informazioni ed esperienze che possono contribuire a migliorare il livello professionale di ciascuno e ad elevare gli standard di pratica professionale.          
2. Il Dietista deve mantenere vivo il principio etico della solidarietà collegiale, collaborando perché siano mantenuti la dignità e il rispetto del profilo professionale nella difesa dello spirito di onestà e di integrità della professione.    
3. Il Dietista valuta obiettivamente, evitando i pregiudizi, le performance di colleghi, aspiranti colleghi e studenti, nonché le richieste di adesione all&#039;Associazione, l&#039;assegnazione di premi o altri riconoscimenti.            
4. Il Codice Professionale deve essere conosciuto e rispettato anche dagli studenti dei corsi di Laurea durante l&#039;effettuazione del tirocinio pratico.        
 
Fonti bibliografiche

L. Benci . Le professioni sanitarie (non mediche) - ed. Mc Graw-Hill, 2002
Federazione Nazionale Collegi IPASVI. Codice Deontologico 1999
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